CSI Assistant, le persone mentono … le prove non lo fanno mai!

Articolo con informazioni commerciali.

E’ stata da poco lanciata sul mercato una nuova app creata dalla società Hinge 16 per migliorare l’operato delle forze di polizia. Nelle indagini che vengono svolte a seguito di un crimine commesso, è diventata infatti sempre più preponderante la centralità della prova scientifica, come dimostrato anche negli anni recenti da numerosi casi giudiziari per i quali spesso la soluzione è stata data proprio dalla corretta repertazione e analisi delle fonti di prova raccolte sulla scena del reato e dell’evento critico. Un campo di intervento, quello dei sopralluoghi da parte delle forze di polizia, cruciale quanto soggetto a clamorosi errori o distrazioni fatali, da cui poi dipenderanno in gran parte le sorti dei processi, per cui è facile intuire quanto la competenza di coloro che prendono in carico per primi la scena del crimine sia un fatto di basilare importanza

La presentazione dell’applicazione CSI Assistant, unica in Italia nel suo genere, è stata quindi realizzata fornendo ai partecipanti all’evento, il seminario dal titolo “Il primo intervento sulla scena del reato e dell’evento critico” svoltosi presso il Collegio di Milano, una dettagliata introduzione tecnica per illustrare chiaramente i fattori in gioco, consentendo di comprendere la complessità e l’importanza della preparazione che gli operatori chiamati a raccogliere le fonti di prova devono possedere quando si approcciano a un crimine che è una complessa forma di comunicazione tra criminale, vittima e investigatore e sulla scena del crimine, il luogo che riflette le modalità con cui il messaggio è trasmesso. Lavorare in condizioni di stress, sotto la pressione data dalla consapevolezza di non poter commettere errori pena il rischio di inficiare l’esito di un successivo procedimento giudiziario, e la responsabilità verso le vittime e i potenziali colpevoli richiedono a coloro che si apprestano alla raccolta delle fonti di prova la massima attenzione e competenza.

Edoardo Riva, a sinistra, mentre introduce il seminario sul primo intervento sulla scena del reato e dell’evento critico

Ad assistere alla presentazione di questa nuova applicazione erano presenti rappresentanti delle forze dell’ordine, investigatori privati e addetti ai lavori oltre a studenti universitari in ambito di criminologia e affini.
A costoro si è rivolto Edoardo Riva, sovrintendente della polizia locale di Milano che nel 2008 ha fondato il Nucleo Investigazioni Scientifiche, chiamato nel corso della sua pluriennale attività a intervenire in numerosi casi di cronaca, a partire dai rilievi sulla scena di un sinistro stradale, in occasione di furti o rapine, fino a casi di crimini violenti e di cronaca nera. Riva ha tratteggiato le principali situazioni e problematiche con cui l’operatore di polizia viene a confrontarsi nello svolgimento del suo lavoro quando è chiamato a effettuare un sopralluogo, il complesso di operazioni eseguite con metodo scientifico, il cui scopo è quello di individuare, raccogliere e fissare tutti quegli elementi utili alla ricostruzione dell’evento e all’identificazione del reo.
Sapere come intervenire non corrisponde automaticamente a farlo nel migliore dei modi possibili, l’errore umano è sempre in agguato, gli automatismi possono tradire l’operatore anche più esperto, la presenza sulla scena di diversi soggetti che possono inquinare le fonti di prova e lo stress dovuto alle circostanze sono tutti fattori a cui ovviare con la massima attenzione in ciascuna delle fasi di intervento.
Senza dilungarci nella dettagliata disamina fornita da Riva, basti pensare a quanto sia cruciale isolare adeguatamente la zona di intervento, dove comunque è plausibile siano già arrivati i primi soccorsi.
Altrettanto importante sarà evitare di essere frettolosi e di farsi condizionare da pregiudizi, prendendosi il tempo necessario per affrontare lo scenario con il dovuto distacco e per essere sicuri di compiere ogni azione correttamente.

La scena del crimine ‘primaria’, dove si è svolto il fatto delittuoso, è quella dove si concentra l’attenzione a un primo step ma infinite possono essere le scene cosiddette ‘secondarie’ e altrettanto importanti quindi le fasi di intervento sugli ulteriori reperti e fonti di prova quivi rinvenuti (si pensi allo scippatore che agguanta una borsa e poi la getta in un cassonetto di rifiuti, dove il suo dna e le tracce del crimine commesso si trasferiranno su altri oggetti con cui verranno in contatto) nondimeno l’errore fatale può essere compiuto nel momento in cui il reperto viene acquisito senza le dovute cautele, rendendo così nulla la sua validità in fase di accertamento tecnico; altro errore può essere costituito dal non aver preventivamente provveduto a proteggere tracce suscettibili di successive alterazioni o ancora l’aver provocato una falla nella catena di custodia del reperto medesimo, anche in questo caso con le prevedibili ricadute sulla fase relativa agli accertamenti tecnici, ripetibili o irripetibili che siano, a loro volta soggetti a ben precise normative giuridiche (gli Articoli 348 – Assicurazione delle fonti di prova –  e 354 – Accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone – del codice di procedura penale quali riferimenti legislativi primari per chi svolga attività di polizia giudiziaria sulla scena di un crimine, oltre all’Articolo 360 cpp – Accertamenti tecnici non ripetibili).
In conclusione, il primo intervento è l’anello iniziale della catena di attività successive che costituiscono l’indagine nel suo complesso e dalla qualità di ogni fase dipende la qualità di quella seguente. La grande importanza di questa fase è stata sancita anche a livello dell’Unione Europea attraverso la realizzazione, da parte di esperti internazionali, di un manuale ufficiale per la trattazione della scena del crimine (l’European Crime Scene Management Good Practice Manual) presentato a Bruxelles nel 1998. Il protocollo esposto in tale testo elenca una serie di operazioni successive da compiersi immediatamente per evitare il più possibile l’alterazione e l’inquinamento del teatro di un reato, razionalizzando le modalità di intervento, per cui integrando le direttive europee con le indicazioni tratte negli anni dalla pratica dell’attività della Polizia Locale, possiamo definire 12 punti (dodecalogo) a cui l’attività del personale che effettua il primo intervento, così come quella degli operatori della scientifica, deve conformarsi. Il problema a cui assistiamo è che l’esito delle indagini, e dei successivi procedimenti giudiziari, è affidato in larga parte alla competenza e al buon operato, tra gli altri, di coloro che per primi si affacciano sulla scena del crimine. In altri Paesi, primi fra tutti gli Stati Uniti, è ormai ben chiaro quanto sia cruciale normare, sistematizzare e rendere il più possibile inattaccabili in fase di giudizio questi aspetti delle indagini, in Italia ci stiamo arrivando.

Rilievi tecnici, accertamenti e indagini

I rilievi tecnici, da cui poi deriveranno gli accertamenti in sede di laboratorio, sono quindi materia su cui fare chiarezza e altrettanto dicasi per la formazione e la certificazione di chi è chiamato a svolgerli ma ad oggi non esiste nel nostro Paese un albo a cui fare riferimento nel momento in cui si debba decidere di affidare le sorti di un’intera indagine a un professionista che ne possa confermare o clamorosamente modificare le sorti.
Un caso tra i più mediatici degli ultimi anni, il delitto di Meredith Kercher avvenuto a Perugia nel 2007, ha comportato uno spartiacque per gli addetti ai lavori rendendo evidente che le cose vanno decisamente implementate. A ribaltare l’esito del processo per la statunitense Amanda Knox, e con lei di Raffaele Sollecito, è stato infatti l’intervento di esperti in sopralluoghi con formazione internazionale, che hanno analizzato il lavoro svolto dalle forze dell’ordine italiane in fase di repertazione delle fonti di prova rilevando in esso diversi errori che hanno poi reso inattendibili alcune delle prove, non ultima la ‘prova regina’, a carico dei due indagati.
Quanto accaduto, e non solo nel caso citato (si pensi all’attività investigativa dei carabinieri di Vigevano sul computer di Alberto Stasi, indagato per il delitto di Garlasco del 2007, che ha prodotto “effetti devastanti in rapporto all’integrità complessiva dei supporti informatici”, come scrive il Gup Stefano Vitelli in un passaggio delle pagine di motivazione dell’assoluzione dell’indagato, e ancora “non è – quindi – più possibile esprimere delle valutazioni certe né in un senso né nell’altro: in questo ambito, il danno irreparabile prodotto dagli inquirenti attiene proprio all’accertamento della verità processuale”) fa pensare alla massima “Male captum, bene retentum” o la teoria dei “frutti dell’albero avvelenato”, elaborata negli anni ’20 negli Stati Uniti, che precludeva l’utilizzo di ogni risultato ottenuto in seguito ad attività investigative illegittime: “Al pari di una pianta velenosa, di cui non è commestibile frutto alcuno, qualunque dato anche indiretto, circostanziato o indiziario, acquisito a seguito di un atto incostituzionale di ricerca della prova è radicalmente inutilizzabile ad ogni effetto”.
Questo non vuole significare che le competenze di polizia giudiziaria italiane, cui fa riferimento l’attività di polizia scientifica, non siano adeguate ma, al di là degli appartenenti ai Corpi delle forze dell’ordine che si sono formati sul campo, regna una sorta di far-west, senza possibilità per un indagato, un legale di parte e in generale per chiunque sia coinvolto in un caso, di affidarsi con sufficiente tranquillità a un consulente proveniente da un percorso formativo certo.

Marco Di Francesco, co-founder e CIO di Hinge 16, l’Ing. Stefano Riva, collaboratore tecnico e Simone Sanfilippo co-founder e CEO di Hinge 16

In Italia, al momento, fatte salve la competenza e la preparazione maturate sul campo dagli appartenenti ai reparti di indagine scientifica dei vari Corpi di forze dell’ordine, solo quattro professionisti possono vantare una certificazione quali ‘operatori del sopralluogo giudiziario e forense’: Edoardo Riva e gli altri tre componenti del Nucleo di Investigazioni Scientifiche della polizia locale di Milano; una certificazione ottenuta dopo essere stati sottoposti a esame da parte di un esperto del calibro del dottor Emilio Scossa-Baggi, già comandante della Polizia Scientifica del Canton Ticino, Svizzera. A garanzia della bontà della formazione ricevuta dagli operatori di polizia scientifica citati, la certificazione ottenuta, e la conseguente attività formativa svolta successivamente a beneficio di altri operatori, è stata rilasciata da un ente terzo, l’Istituto Quaser Certificazioni, un Ente di Certificazione attivo su tutto il territorio nazionale nel settore delle Certificazioni aziendali, in particolare quelle relative ai Sistemi di Gestione, e nella Certificazione delle Competenze Professionali, la cui mission consiste nel supportare i propri clienti nel migliorare qualità, sicurezza e produttività nel rispetto di standard internazionalmente riconosciuti e allo stesso tempo ridurre i rischi per meglio rispondere alle sfide di un mercato globale sempre più competitivo. In questo caso specifico Quaser ha approntato un disciplinare per i professionisti del sopralluogo giudiziario/forense basato su tre diversi profili (expert, junior e senior) per cui sono richieste specifiche competenze e requisiti di accesso e che prevede un esame da superare al termine della frequenza di un corso.

Perché nasce CSI Assistant

La possibilità di migliorare le procedure di intervento del personale che per primo arriva sulla scena di un reato o di un evento critico risiede nel fornire il know-how di base per poter bene operare a tutela propria e delle fonti di prova e in una società altamente digitale la tecnologia può fornire un aiuto enorme in questo senso.
La Hinge 16, avvalendosi dell’ausilio di esperti del settore, ha quindi sviluppato l’applicativo CSI Assistant dedicato all’attività di congelamento della scena del crimine e di repertamento delle fonti di prova.
Attraverso una serie di domande CSI Assistant guida l’operatore in un processo univoco che consente la corretta e puntuale gestione della scena e delle fonti di prova in esse contenute, mantenendo nel contempo traccia delle azioni svolte in un server protetto (gestito dalla società) che non consente modifiche successive, così da rendere la sequenza storicizzata utilizzabile in sede processuale per documentare le attività messe in atto.
CSI Assistant è un software dove l’informatica è al servizio della corretta documentazione della scena del crimine, nato per ovviare alle problematiche del primo intervento e repertamento. Basato su protocolli internazionali (Fbi, Enfsi, Comunità Europea) e sul know-how di esperti del settore, darà quindi al suo utilizzatore la sicurezza di conformità a detti protocolli.
Nato soprattutto nell’ottica che chi si approccia alla scena del crimine non sia necessariamente formato in modo adeguato, CSI è uno strumento di lavoro volutamente reso minimale e di facile e rapido utilizzo, così da risultare il più possibile performante. Pensato per lavorare sia on-line che off-line, CSI è un’applicazione Client/server, basato su una piattaforma closed source software con costi contenuti che consente al beneficiario il suo utilizzo sotto particolari condizioni: la parte server risiede su un elaboratore centrale che può trovarsi ubicato presso la sede del cliente oppure presso una server farm di Hinge 16, quindi in ambiente protetto. La principale funzionalità è la gestione dei dati che provengono dagli apparati remoti (smartphone e tablet) questi sono infatti organizzati e contenuti in un database centrale protetti da permessi configurabili a vari livelli. Il server centrale gestisce anche i report di ogni intervento che rappresentano l’output principale dell’applicazione. Il report generato è un file PDF firmato e crittografato. La parte “mobile” è costituita da una App in ambiente Android che può essere installata sia su smartphone che su tablet.
Utilizzabile dagli operatori come ausilio all’attività di rilievo CSI Assistant è mirato al repertamento corretto delle fonti di prova, condensato di anni di esperienza di professionisti al servizio dell’operatore di polizia, il suo utilizzo è semplice e intuitivo e le operazioni di documentazione dei luoghi e di repertamento sono state rese estremamente agevoli in modo da poter essere messe facilmente in atto dal personale di pattuglia anche in ambiti di criticità.

CSI Assistant viene fornito unitamente a un kit di pronto intervento contenente materiale scelto selezionando tra i vari strumenti sul mercato i più semplici e funzionali e prevede più di trecento percorsi con relative azioni, così da coprire la più ampia gamma di casistiche a cui si può trovare di fronte un operatore di polizia nella sua attività operativa quotidiana. Le procedure vengono illustrate tramite tutorial per migliorare l’intervento del personale che per primo arriva sulla scena di un reato o di un evento critico (il primo anello della catena investigativa). Inoltre un corso di tre ore propedeutico all’utilizzo del software e del kit in dotazione mette da subito in grado l’utilizzatore di operare sul campo, avendo comunque la sicurezza di poter fare riferimento per ogni problema a un team di specialisti del sopralluogo giudiziario raggiungibili in ogni momento tramite chiamata telefonica.

 

 

 

 

 

Share.

About Author