La frode dei crediti di carbonio

L’interesse per le varie problematiche ambientali risulta, oggettivamente, caratterizzato da un attuale trend positivo nel tempo. L’interazione tra le scienze sociali, tra cui la criminologia e l’analisi delle problematiche ambientali può rivestire un duplice scopo traendo, da uno studio multidisciplinare, uno scambio di informazioni e di prospettive da cui le comunità potranno trarre beneficio anche in termini di sicurezza e giustizia socio-ambientale, applicando le teorie criminologiche per l’analisi e il riconoscimento dei soggetti interessati dai “crimini verdi” (green crime) e le metodologie di riduzione e prevenzione dei danni ambientali per lo sviluppo di nuove tecniche di prevenzione del crimine ambientale. In tale contesto si sta consolidando un innovativo legame tra criminologia e ambiente consentendo studi socio-criminologici su attività ritenute dannose per l’ambiente e individuando alcuni fenomeni criminosi in risposta a specifiche tematiche ambientali

 

Attualmente la criminalità ambientale non ha una definizione universalmente concordata ma viene regolarmente utilizzata per riferirsi a quasi tutte le attività illegali che danneggiano l’ambiente per il beneficio (spesso finanziario) di individui, gruppi o aziende. Ciò può comportare lo sfruttamento illegale e il traffico di risorse naturali, la contaminazione delle matrici ambientali e il traffico di sostanze pericolose. Mentre alcuni reati ambientali sono di carattere locale, altri crimini possono rientrare nella categoria della criminalità organizzata transnazionale, in quanto i gruppi criminali e le reti a essi connessi sono sempre più impegnati in ciò che attualmente rappresenta una crescente opportunità lucrativa. Molto spesso il modus operandi delle reti criminali comporta la corruzione e il riciclaggio di denaro in relazione ai crimini contro l’ambiente.

I reati ambientali rappresentano un’attuale forma emergente di criminalità organizzata transnazionale che richiede un’analisi più approfondita e risposte più coordinate a livello nazionale e internazionale.

Un primo report analitico realizzato dalla Organizzazione internazionale della Polizia Criminale (INTERPOL) e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) ha analizzato un periodo temporale antecedente al 2014 evidenziando le attività criminali ambientali transnazionali finanziariamente più gratificanti. Esse includono:

  • Deforestazione e commercio illegale di risorse naturali (valore annuo stimato (USD): 30-100 miliardi);
  • Estrazione e traffico illecito di minerali (valore annuo stimato (USD): 12-48 miliardi);
  • Pesca illegale (valore annuo stimato (USD): 11-30 miliardi);
  • Commercio illegale di piante e bracconaggio di animali selvatici (valore annuo stimato (USD): 7-23 miliardi);
  • Commercio illegale di sostanze pericolose (valore annuo stimato (USD): 10-12 miliardi);

Complessivamente nel periodo pre-2014, si è stimato un valore annuo del crimine ambientale transnazionale compreso tra 70-213 miliardi all’anno (USD).

In un’ottica attuale di studio, in aggiornamento al precedente report, le istituzioni internazionali (INTERPOL-UNEP) hanno documentato un aumento delle perdite annue di risorse riconducibili ai crimini ambientali, stimando nel 2016 un incremento annuo complessivo pari a 91-259 miliardi (USD) con un valore percentuale positivo pari al 30-22% con un aumento medio del 26%, il cui motore trainante si può individuare nel commercio illegale di risorse naturali (+ 70-52%) e constatando una lieve flessione della pesca illegale (11-23.5 miliardi (USD)).

I reati legati alle risorse naturali, ai rifiuti e alla fauna selvatica, con conseguenti risvolti in materia di frode fiscale e riciclaggio di denaro, “cyber crime”, reati finanziari e frode dei crediti di carbonio, dimostrano come i “crimini di potere” possano essere la rappresentazione di un mercato illegale sommerso con bassi rischi e alti profitti anche in campo ambientale. La visione suggerita da Frank Pearce (1976) in merito ai “crimini di potere” pone l’attenzione criminologica su una prospettiva di analisi indirizzata verso “gli alti strati sociali” includendo in tale espressione i “white-collar crime” e gli “State-corporate crime”, sottolineando l’importanza e la notevole influenza dei soggetti politico-economici nello studio dei comportamenti criminosi. Il rapporto tra crimine organizzato e colletti bianchi è stato da sempre un connubio ben definito soprattutto sotto l’aspetto economico-finanziario e solo recentemente tale punto di osservazione si è radicalmente spostato verso le questioni criminologiche green. Proprio in virtù di tale cambiamento, alcuni autori hanno approfondito importanti sovrapposizioni tra crimini ambientali e crimini di potere. Trattandosi di crimini realizzati da attori con elevato potere socio-economico (istituzioni politico-finanziarie e multinazionali) tali azioni criminose possono essere definite come “crimini potenti” (powerful crimes).
Il potere da essi esercitato si manifesta nella opportunità di attuazione di rilevanti azioni a fronte della possibilità di utilizzo di elevate risorse. Presentano, inoltre, un’estrema versatilità grazie alla celere mobilità negli scambi economico-finanziari e commerciali a fronte di significativi profitti da attività criminose anche a livello ambientale.

Peculiarità dei crimini ambientali

Una particolare categoria di crimini, da includere nella sfera dei crimini ambientali, venne individuata e proposta dallo studioso Ruggiero (2013) che ne individuò una differente peculiarità nel campo d’azione. Tale tipologia di atto criminoso, definito dallo stesso autore “foundational power crime” si manifesta in un campo d’azione non ben definito in cui le condotte sono in un “limbo” giuridico-legislativo e pertanto potrebbero diventare oggetto di normativa sanzionatoria oppure trasformarsi in azione comune accettata dalla comunità e dalle istituzioni. In tale complessa e innovativa sfera nozionistica-criminologica vengono annoverati quei crimini riguardanti la riduzione delle emissioni di carbonio in atmosfera da parte dei Paesi più sviluppati che, pur dichiarando una diminuzione del 2% delle loro emissioni, hanno incrementato le importazioni di beni dai Paesi più svantaggiati “appaltando” le consequenziali emissioni con l’ovvio risultato di aumentare l’inquinamento globale, trasferendo l’azione di responsabilità delle drammatiche conseguenze ambientali.

 

Il “Carbon Trading” è un mercato mondiale in rapida crescita e la vulnerabilità di tale sistema, in un’ottica criminale riconducibile al reato di frode e commercio illegale, deriva soprattutto dall’immaturità del mercato e dalla natura immateriale delle operazioni e del prodotto. Modus operandi analogo e conseguenze simili, si possono riscontrare anche nel caso di trasferimento illecito di sostanze tossiche con associati fenomeni corruttivi e falsificazione di atti e documenti.

Da quanto finora esposto si evince che la caratteristica principale della green criminology è l’analisi dei comportamenti delittuosi verso l’ambiente visualizzati sia da una prospettiva “micro” relativa ai singoli comportamenti individuali, sia a livello “macro” inglobando anche i “crimini potenti” e gli atti criminosi dei potenti.

Legame tra corruzione e mercato illecito dei crediti CO2

Un’indagine condotta dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha rivelato che la corruzione tende a un uniformarsi tanto nei Paesi sviluppati quanto in quelli in via di sviluppo e, specialmente in questi ultimi, sembra avere un impatto decisivo sul quantitativo di emissioni di CO2 finalmente registrate dalle autorità competenti.

Ad esempio, utilizzando i dati di 94 Paesi per il periodo compreso tra il 1987 e il 2000, Cole nel 2007 ha esaminato gli effetti diretti e indiretti della corruzione sulle emissioni di carbonio sottolineando che la corruzione non solo può influenzare attivamente le emissioni di carbonio al di fuori della necessaria regolamentazione ambientale ma può anche indirettamente influenzare le emissioni di CO2 impattando sulla crescita economica dei Paesi coinvolti.

Di seguito alcuni studi e ricerche che hanno rivelato l’esistenza di una potenziale correlazione fra la qualità ambientale offerta dai Paesi analizzati e i loro livelli di corruzione interna (cfr. Tabella 1).

Tabella 1. Esempi di studi che mettono in luce il collegamento esistente fra la corruzione e la qualità ambientale

Lavoro in Letteratura Argomento Risultati
Ozturk & Al-Mulali (2015) Corruzione ed emissioni di CO2 La corruzione si correla positivamente al tasso di emissioni di CO2
Biswas e colleghi (2012) Inquinamento, ‘shadow economy’ e corruzione La relazione fra l’inquinamento e la shadow economy dipende fortemente dalla corruzione
Cole (2007) Corruzione e politiche ambientali Le differenze nei livelli di corruzione tra i Paesi sembravano essere più importanti delle differenze di reddito. I livelli di corruzione sono stati il fattore più importante per spiegare la variazione delle politiche ambientali nei Paesi dell’Unione europea allargata (UE)
Fredriksson e colleghi (2004) Corruzione ed efficienza energetica Una maggiore corruzione dei policy makers riduce il rigore delle politiche energetiche
Damania e colleghi (2003) Corruzione e politiche ambientali L’effetto prodotto dalla liberalizzazione degli scambi sulla rigidità delle politiche ambientali dipende dal livello di corruzione

 

A questo proposito, Callen e Long nel 2015 hanno messo in luce l’esistenza di veri e propri ‘corrupted networks’ tra gruppi politici e organi istituzionali aventi come unico scopo quello di promuovere un invisibile commercio di servizi di natura eco-ambientale in cambio di vantaggi personali. All’interno di questo meccanismo corruttivo, specialmente in seguito all’approvazione del Protocollo di Kyoto, rientra anche (e soprattutto) il commercio di crediti CO2.

A tal proposito, al fine di facilitare l’avvio (e il mantenimento) di quest’ultimo sono stati sviluppati alcuni metodi, ad esempio: (a) lo ‘scambio’ (attraverso l’acquisto e la vendita) di crediti di emissione per compensare volontariamente quelle emissioni che non è possibile ridurre; (b) agevolazioni fiscali e contributi per facilitare investimenti su progetti per lo sviluppo eco-sostenibile (specialmente nei Paesi in via di sviluppo) così da compensare e consequenzialmente ridurre le emissioni di CO2.

All’interno di tale cornice, i tentativi internazionali rivolti alla regolamentazione e al rispetto delle emissioni atmosferiche, attraverso permessi e modelli di partnership, sono stati indubbiamente numerosi. Tuttavia, la maggior parte di essi si è rivelata insoddisfacente, inefficace e a volte addirittura controproducente proprio a causa del fatto che il mercato è diventato il fulcro di prevedibili fenomeni di ‘corruption and compliance’.

Infatti, i maggiori inquinatori del mondo quali le multinazionali, si sono sempre più avventurati nel mercato volontario dei crediti di carbonio, in gran parte non regolamentato, per compensare le loro emissioni e offrire così ai propri clienti l’opportunità di essere “carbon neutral“. Di conseguenza, questo mercato ha visto la proliferazione dei cosiddetti ‘broker di carbonio’, i quali tendono a offrire compensazioni di CO2 sulla base delle necessità dei loro potenziali clienti. Il risultato è stato la costruzione di un meccanismo commerciale molto fluido e permeabile anche verso potenziali investitori esterni, incluse eventuali organizzazioni criminali.

L’Europa verso un’economia più sostenibile

La Commissione Europea, da poco, ha presentato un documento di riflessione per tentare di dar vita a un’Europa più sostenibile entro il 2030: è un fine a cui l’Italia è chiamata a contribuire, e rappresenta allo stesso tempo la migliore, se non unica, occasione per migliorare il nostro Paese dal punto di vista ambientale, sociale ed economico.

L’Europa, dal 2000 al 2015 (dove al momento si ferma la serie storica) ha mostrato un tasso d’occupazione e il valore aggiunto in netta e rapida crescita nei settori dell’economia verde rispetto a quelli generali: questo è un trend che può e deve continuare. Le stime della Commissione Europea indicano che la transizione verso un’economia circolare potrebbe portare alla creazione di 1 milione di posti di lavoro da ora al 2030, riducendo, allo stesso tempo, le emissioni di gas serra; per quanto riguarda le energie rinnovabili, invece, dal 2008 al 2014, i posti di lavoro europei sono già cresciuti del 70%, e, mobilitando adeguati investimenti (pubblici e privati) sarebbe possibile ottenerne altri 900.000 al 2030, ai quali aggiungere altri 400.000 occupati nel settore dell’efficienza energetica.

Si tratta di un’opportunità che l’Italia non dovrebbe lasciarsi sfuggire: non si mira a sviluppi che avvengono in modo automatico ma si auspicano successi che, per essere raggiunti, necessitano del superamento di molteplici impedimenti e hanno anche bisogno di un ampio e complessivo lavoro. La Commissione Europea sottolinea come l’Europa si trovi a fronteggiare instabili, urgenti e complicate sfide, relative soprattutto al debito ecologico e ai cambiamenti climatici, ai mutamenti demografici, alla migrazione, alla disuguaglianza, alla convergenza economica e sociale e alla pressione sulle finanze pubbliche. La crescita di politiche nazionalistiche, inoltre, è sintomo della sensazione, da parte dei cittadini europei, di una mancanza di una sufficiente protezione in questo mondo che cambia. Tale situazione dovrebbe stimolare ad agire, piuttosto che spaventare.

L’Unione Europea si è assunta l’impegno di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, tenendo conto anche dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Nel proprio documento di riflessione la Commissione Europea presenta tre sfondi per incentivare il confronto su come perseguire gli obiettivi di sviluppo sostenibile, in una scala d’impegno decrescente: il primo prevede una strategia generale dell’Unione Europea relativa agli Obiettivi di sviluppo sostenibile Onu per indirizzare le azioni dell’Unione Europea e degli Stati membri; il secondo consiste in un’integrazione continua degli Obiettivi da parte della Commissione in tutte le pertinenti politiche dell’Unione Europea, ma senza imporre misure agli Stati membri; il terzo scenario si preoccupa di concentrare maggiormente l’azione verso il resto del mondo, essendo in vantaggio rispetto ad altri Paesi nella realizzazione dell’agenza del 2030, consolidando al contempo il principio della sostenibilità. Ed è proprio al primo scenario al cui sviluppo l’Italia dovrebbe contribuire, nel proprio interesse, all’interno di un approccio europeo.

L’Unione Europea ha ancora molto lavoro da svolgere per rispettare gli obiettivi Onu di sviluppo sostenibile, ma notevoli miglioramenti potranno essere messi in atto grazie a un impegno collettivo degli Stati Membri: essi rappresentano ancora la prima economia mondiale, capace di influenzare davvero le dinamiche internazionali. Il documento della Commissione Europea evidenzia come l’Unione Europea sia un pioniere nella transizione verso un’economia sostenibile a livello mondiale, ma le sue politiche avranno solo un impatto limitato sul pianeta se altri perseguiranno strategie contrastanti.

Articolo a cura di:

  • Giacomo Salvanelli: Founding Partner and Coordinator of the Criminology Department of MISAP (Multidisciplinary Institute for Security management and Antisociality Prevention)
  • Andrea Chines: Criminologo e Analista – Centro di Ricercazione per la Prevenzione dell’Antisocialità
  • Alessandra Cecca: Criminologa e Analista – Centro di Ricercazione per la Prevenzione dell’Antisocialità

 

 

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