“Nel Mediterraneo sono rimaste solo ong estremiste”

Secondo il corrispondente di guerra ed esperto di Libia le organizzazioni non governative tentano di boicottare la cooperazione tra l’Italia e la guardia costiera libica. Ma il solo contrasto alle loro attività non è sufficiente, serve stabilizzare la Libia

“Non è solo contrastando le ong che si combatte l’immigrazione clandestina e si salvano le vite dei migranti” racconta Fausto Biloslavo, veterano corrispondente di guerra che negli ultimi anni ha incessantemente viaggiato per la Libia.

Fausto Biloslavo, giornalista, lavora per Il Giornale e collabora con varie testate tra cui Panorama, Tg5, Studio Aperto, TGcom24, Sky TG 24

Sul territorio ha documentato le attività dei governi, delle milizie che si combattono, dei trafficanti di esseri umani e delle ong le cui barche navigano al largo delle coste libiche. All’interno di questa frammentata e instabile cornice il fenomeno dell’immigrazione verso l’Italia ha raggiunto numeri molto alti, oggi crollati a seguito delle misure adottate dai ministri Salvini e soprattutto Minniti. Secondo Biloslavo, però, in breve tempo il fenomeno potrebbe tornare emergenziale a causa dell’instabilità in Libia, dove i combattimenti divampano in molte zone impedendo alla delegazione italiana sul territorio di svolgere il proprio lavoro. Se i combattimenti non si fermano, spiega, presto potrebbero generarsi ingenti flussi composti non solo da migranti africani ma soprattutto da cittadini libici in fuga dalla guerra. Che andrebbero dunque accolti.

Dottor Biloslavo, quando inizia a esistere una rotta migratoria dalla Libia verso l’Italia attraverso il Mediterraneo?

I primi sbarchi sulle coste italiane provenienti dalla Libia si registrano negli anni Novanta quando a Tripoli comandava ancora Gheddafi. Allora come oggi i migranti provenivano soprattutto dall’Africa subsahriana.
Essi entravano clandestinamente in Libia dai suoi confini meridionali e venivano intercettati dai soldati del rais che faceva di loro uno strumento di pressione nei confronti dell’Italia. Ogniqualvolta c’erano tensioni con Roma veniva permesso ai barconi di salpare verso le nostre coste, quando invece Gheddafi otteneva degli accordi con Berlusconi riduceva le partenze a zero. Si trattava dunque di un fenomeno problematico già allora esistente ma tenuto totalmente sotto controllo dal regime.

Nella Libia di Gheddafi non c’erano però solo gli illegali ma anche tanti lavoratori regolari proveniente dall’Africa nera che il regime impiegava soprattutto nell’edilizia…

Esattamente. La Libia di Gheddafi era uno Stato patrimoniale in cui il rais redistribuiva gli ampi proventi del petrolio alle varie tribù ottenendo così un equilibrio tra di loro. Questa situazione generava una mancanza di offerta di forza lavoro nei settori meno qualificati che veniva colmata importando lavoratori subsahriani.
Gheddafi era ben consapevole che se questo equilibrio fosse saltato sarebbe esplosa l’immigrazione verso l’Italia da parte tanto dei migranti quanto dei lavoratori africani stanziali in Libia. Ricordo quando lo intervistai pochi giorni prima che venisse assassinato, in quella che fu l’ultima intervista che rilasciò alla stampa italiana.
Lo incontrai nella sua immensa tenda beduina dove era solito ricevere gli ospiti mentre dalle strade adiacenti si udivano gli spari dei combattimenti. Mi guardò e mi disse: “Dopo di me arriveranno un milione di persone in Italia dall’Africa, sarà una bomba umana”. Non aveva tutti i torti.


Da quando Gheddafi è caduto la Libia si è frammentata, cadendo sotto il controllo di diverse milizie spesso in reciproca ostilità. Ci sono relazioni tra queste milizie e il traffico di esseri umani?

Fin dal 2011 alcune di queste milizie hanno iniziato a finanziarsi con il traffico di esseri umani, cosa che ha ovviamente contribuito a fare aumentare gli sbarchi sulle coste italiane. Il salto di qualità numerico è avvenuto però nel 2014 quando al largo delle coste libiche hanno iniziate a essere attive le 13 navi delle ong che hanno avuto una funzione di vera e propria calamita per i migranti. Alcune avevano fiutato il business, altre erano motivate da convinzioni ideologiche. In tre anni sono sbarcati sulle coste italiane oltre 500mila migranti, finché nel 2017 l’allora Ministro degli Interni Marco Minniti dovette reagire. Dopo un fine settimana in cui vi furono 10mila sbarchi disse pubblicamente che l’immigrazione rischiava di mettere a rischio la nostra democrazia.
Quindi rafforzò i rapporti con il governo di Sarraj in diversi modi: in primis tramite Sarraj si accordò con le milizie perché queste non lasciassero libertà di azione ai trafficanti, finanziando in cambio di interventi nei progetti necessari ai Comuni come ospedali e altro; poi supportando la guardia costiera libica perché contrastasse le partenze e intercettasse le imbarcazioni clandestine. In seguito impose alle ong la firma di un codice di condotta che ha fatto desistere molte di quelle interessate al business, facendo rimanere attive solo quelle ideologizzate. Salvini ha raccolto l’eredità di Minniti alla quale ha aggiunto la chiusura dei porti. Queste politiche dei due ministri hanno ridotto gli sbarchi dell’85 per cento, come anche i morti in mare.

Alcuni dei migranti che non possono più salpare rimangono intrappolati nei centri di detenzione libici, che in molti descrivono come dei veri e propri lager…

In Libia ci sono in tutto 26 di questi campi, che esistevano già dai tempi di Gheddafi, di cui circa la metà sono operativi. Io ne ho vistati alcuni dove le condizioni non sono certo facili. Al loro interno ho parlato con diversi migranti ed è difficilissimo trovarne alcuni che abbiano effettivamente i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. La stragrande maggioranza è composta da migranti economici che non scappa da alcuna guerra e che chiede solo di potere tornare a casa propria. Al posto di favorire la loro convergenza in Italia, dove quasi nessuno otterrà il diritto di asilo, sarebbe più sensato favorire dei corridoi umanitari che dalla Libia li facesse tornare ai propri Paesi. In pochi lo sanno ma in questo modo le Nazioni Unite hanno già permesso il rimpatrio di 17mila migranti dalla Libia. Io stesso ho filmato gruppi di nigeriani festanti che dall’aeroporto di Tripoli si imbarcavano per tornare in Nigeria. Purtroppo l’inasprirsi dei combattimenti rende più precaria la presenza dell’Onu sul territorio. Inoltre i rimpatri sono resi difficili anche dal fatto che solo una minima parte dei migranti in Libia è sotto il controllo delle autorità.

E gli altri?

All’interno dei campi vive circa l’uno per cento dei migranti presenti in Libia. La stragrande maggioranza è sparsa per tutto il Paese e vive generalmente per strada cercando lavoretti quotidiani per campare. Si calcola inoltre che tra i 5mila e i 10mila migranti siano in mano ad alcune milizie e dei trafficanti da cui vengono torturati e filmati per poi estorcere denaro ai loro famigliari.

Nelle ultime settimane la guerra a Tripoli si sta inasprendo. C’è il rischio che inizino a fuggire verso l’Italia anche i libici?

Questo è un probabile problema per il futuro. La recente battaglia di Tripoli ha generato 100mila sfollati che sono stati sistemati in diversi resort sparsi per tutta la regione. In realtà a Tripoli non si combatte su tutto il territorio cittadino ma solo in alcune parti però la situazione rischia di peggiorare. Qualora si assistesse a una fuga di massa verso l’Italia da parte dei libici il nostro Paese avrebbe il dovere di accoglierli e riconoscere loro lo status di rifugiato.

Sarebbe dunque necessaria una maggiore presenza italiana sul territorio per stabilizzare la situazione? Che cosa sta facendo in merito l’Italia?

L’Italia è l’unico Paese occidentale ad avere una presenza militare sul territorio con 400 soldati. L’Ambasciata italiana continua a supportare le municipalità libiche con il fine di contrastare i trafficanti, che spesso sono però protetti dalle locali milizie che permettono loro di agire in cambio del pagamento di una tangente. Una nave della Marina Militare è ancorata lungo la costa libica e funge da base per la lotta all’immigrazione clandestina attraverso il suo supporto alla guardia costiera libica, alla quale il personale italiano fornisce barche, motovedette e ne garantisce la manutenzione. Queste imbarcazioni pattugliano le acque territoriali libiche per intercettare i migranti. Nei primi sei mesi del 2019 sono sbarcati sulle coste italiane circa 2000 migranti mentre in 3000 sono stati intercettati dalla guardia costiera e portati indietro, ciò significa che in parte il lavoro sta funzionando.
Le capacità della guardia costiera libica non sono però paragonabili a quelle occidentali. Durante il periodo di ramadan capita che i marinai non si rechino al lavorino mentre i suoi dipendenti sono pagati così poco, generalmente tra i 60 e i 100 dollari mensili, che devono avere un secondo lavoro per campare. Inoltre quando scoppiano le violenze molti di loro non possono venire al lavoro perché devono stare nel proprio quartiere a combattere.

Come si sta comportando invece il governo di Sarraj? E’ affidabile?

Le capacità di azione di Sarraj nella gestione del fenomeno migratorio sono legate a quanto l’Italia lo supporta. Purtroppo in Italia si parla di Libia quasi solo in relazione ai migranti, il suo governo si è dunque reso conto che i migranti sono l’unico strumento di pressione per ricordarci che in Libia c’è la guerra.

Fayez al Sarraj, Primo Ministro libico, Presidente del Consiglio Presidenziale e Primo ministro del Governo di Accordo Nazionale della Libia

Sulla pelle dei migranti si gioca quindi una vera e propria campagna di propaganda da parte di tutti gli attori coinvolti: da parte delle autorità libiche, del governo italiano e delle ong ancora presenti nel Mediterraneo.

Da dove salpano oggi i migranti che sbarcano in Italia? Come vengono raccolti poi dalle ong?

Generalmente salpano dall’area costiera compresa tra Misurata e la Tunisia.
Le ong spesso si precipitano a raccattarli nelle acque SAR (Ricerca e Soccorso) libiche per anticipare le motovedette della guardia costiera.
Questo passaggio non necessita nemmeno di un coordinamento segreto tra loro e i trafficanti. Pare che solo in un caso, quello della Iuventa del 2017, sia stato documentato un contatto tra i trafficanti e la ong in questione, la Jugend Rettet. A tal proposito la procura di Trapani sta ancora indagando. Generalmente il dialogo non è nemmeno necessario. Le ong, soprattutto quelle estremiste tedesche, annunciano sui social che le loro navi si stanno avvicinando alla costa libica e segnalano in tempo reale tutti i loro spostamenti. Dalla terraferma i trafficanti li seguono attraverso siti in rete che tracciano l’ais (automatic identification system) delle navi e fanno partire le imbarcazioni nei momenti più propizi. Si tratta di una rete ben collaudata che non è più un soccorso, anche se adesso i numeri si sono molto ridotti.

Ci sono delle responsabilità dei governi stranieri per questo processo?

Le ong rimaste attive nel mediterraneo sono composte da estremisti, soprattutto tedeschi, che sono pronti a tutto. Non lo fanno per business ma per convinzione ideologica, con l’obiettivo di abbattere quella che chiamano la “fortezza Europa” che vorrebbero che accogliesse indistintamente chiunque senza fare distinzioni tra chi ne ha il diritto e chi non. Purtroppo fino a oggi il governo tedesco ha fatto il furbo. Da una parte invita il governo italiano ad aprire i porti, dall’altro si rifiuta di accogliere i migranti, premendo invece perché vengano registrati in Italia, dove quindi devono rimanere secondo quanto sancito dal trattato di Dublino.

 

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