Graffitismo vandalico e le “Zona” o “Z Gang”

Il 15 febbraio scorso tre ragazzi sono stati fermati in corso di Porta Ticinese a Milano mentre scrivevano sul muro la sigla Z4. I ragazzi fermati, di un’età compresa tra i 20 e i 28 anni, avevano dei precedenti per altri reati, e al momento il fatto non ha di per sé attirato particolare attenzione. Eppure dal 2017 a Milano sono in aumento le superfamilie denominate Z o Zona. Le Z sono più di una crew in quanto i componenti condividono altri interessi. Le ZONE sono fortemente radicate al territorio e infatti prendono il loro nome dai Municipi di appartenenza e nascono prevalentemente nelle case popolari

Spesso le ZONE vengono anche chiamate BLOCCO o BK sempre accompagnato dal numero di Municipio di appartenenza, questo soprattutto quando i componenti abitano in case popolari. I componenti delle ZONE o Z o BLOCCHI sono italiani e di altre nazionalità, anche di seconda generazione, prevalentemente di età compresa tra i 14 anni e i 24 anni.
Questo fenomeno delle ZETA si osserva per ora solo a Milano: La prima Zona è nata nel 2016/2017 ed è la ZONA 4 o Z4 o 4Z, le loro scritte si confondono in mezzo alle altre tag e segnano il territorio in chiave anti-rivali (le altre gang). In ogni caso si tratta di un fenomeno in espansione, come dimostrato dal comparire di nuove tag corrispondenti alle diverse Zone tra quelle che compongono lo scacchiere urbano milanese. La seconda ZONA è stata la ZONA 9 o Z 9 ma esiste anche la ZONA 5 o Z5 mentre di più recente comparsa sono la ZONA 2, la ZONA 3 e la ZONA 8.

Dalla visione delle pagine social degli appartenenti ai vari gruppi si osserva una continua ostentazione di atteggiamenti che mimano quelli delle gang, dalla gestualità e soprattutto più di recente, nell’ultimo anno, alla esibizione di pistole (sicuramente finte…) di coltelli … Il tutto in un susseguirsi di frasi di una semantica molto violenta e aggressiva. La ZONA spesso è anche tatuata sul corpo.
Sovente sui profili social degli appartenenti alle Z-gang vengono condivise situazioni problematiche con la giustizia, quasi con vanto, e un senso di sfida alle regole e alle forze dell’ordine, per le quali è manifesta l’avversione. Sempre sui social, in particolare Instagram, si susseguono sempre più ravvicinate le battaglie con le altre Z, a suon di immagini e slogan, in un’incessante esibizione di forza supportata da scatti di pallottole, collane, orologi … a richiamare i personaggi delle serie tv sulle bande criminali, “Gomorra” e “Romanzo criminale” su tutte, o i rapper d’oltreoceano.
Quando capita che qualcuno delle Zone venga arrestato (per piccoli furti o spaccio) è usuale che riceva via social solidarietà e incoraggiamento dai compagni.
Fabiola Minoletti, esperta di graffitismo vandalico di cui da anni si occupa sul territorio e vice presidente del Coordinamento Comitati Milanesi, commenta: «Con tutta evidenza qui il fenomeno del writing ha un ruolo marginale rispetto ai legami che aggregano questi ragazzi in alcune parti del territorio e della città. Bisogna però tenere in osservazione questa tendenza per evitare che si evolva in incubatore di gruppi problematici dal punto di vista della sicurezza».

Intervista a Marco Luciani, responsabile dell’Unità tutela e decoro urbano della polizia locale di Milano

Quali appartenenti all’Unità tutela e decoro urbano della polizia locale di Milano siete costantemente a contatto con quanto avviene sul territorio cittadino, motivo per cui siete stati tra i primi a constatare il nascere e poi svilupparsi di questa forma di aggregazione giovanile che da qualche tempo caratterizza alcune delle zone in cui è suddivisa la città e che, nelle sue manifestazioni più caratteristiche, si fa riconoscere per alcuni segni distintivi ad affermare la propria presenza nel tessuto cittadino. Occupandovi del fenomeno delle Z-gang milanesi, avete rilevato delle differenze tra queste ultime e le altre gang giovanili che già precedentemente si erano fatte notare, in particolare le bande di ‘latinos’?

Marco Luciani, responsabile Unità tutela e decoro urbano della PL milanese

Benché ci siano delle similitudini, direi che tra i due fenomeni, quello delle Z-gang e quello delle bande di latinos, ci sono delle differenze che le rendono ben diverse tra loro: i latinos hanno una tradizione mutuata dalle gang latine che provengono dal Sud-America, tra le più note i Bloods e i King, che vantano delle caratteristiche ben precise, una tra queste proprio quella di delimitare lo spazio di competenza tramite tag, non quelle classiche dei writers, bensì veri e propri segni di riconoscimento territoriale per zone dove la gang effettivamente domina gli spazi e quanto vi si svolge per determinati aspetti; questo ad esempio non accade con le Z-gang e nemmeno ci sono le condizioni perché avvenga, si tratta più che altro del tentativo di emulare quanto fatto dalle bande di latinos preesistenti, che comunque a loro volta, almeno qui a Milano, non possono vantare il controllo capillare che quelle d’Oltreoceano da cui traggono ispirazione si sono conquistate, seppur esprimendo una connotazione peggiore delle Z-gang dal punto di vista delinquenziale. Se proprio volessimo fare un paragone, le gang latine tentano di definire il controllo dei propri spazi in un modo che richiama quello dei quartieri dello spaccio di una città come Napoli senza comunque poter arrivare a tanto e, come per le Z-gang avviene a un livello inferiore, si assiste più che altro al tentativo di emulazione di fenomeni ben più complessi e pericolosi; inoltre è sicuramente un tratto distintivo, soprattutto per le Z, il senso di appartenenza alla propria zona che tendenzialmente coincide con quella di residenza.

Diciamo che comunque sono fenomeni che già conosciamo, una volta erano le bande di Quartoggiaro contro quelle di Ponte Lambro o del Gallaratese, a fare da collante la comune appartenenza territoriale, alla fine il punto stava, e tuttora sta in questo. Così dicasi per la microcriminalità giovanile che c’era anche prima e a cui ora simbolicamente si aggiunge la tag di zona (a iniziare dalla Z4 poi emulata da diverse altre) per zone che in ogni caso sono territorialmente piuttosto ampie, per cui non si può certo parlare di gang in grado di dominarle nel vero senso della parola, vi si identificano e poco altro.

La notorietà delle Z-gang per la stampa e il pubblico è piuttosto recente, risale a quando nel febbraio dello scorso anno furono denunciati tre dei giovani sorpresi nella notte da una pattuglia della Polizia mentre imbrattavano un edificio in Corso di Porta Ticinese. Già in passato episodi di questo genere erano venuti a conoscenza delle forze dell’ordine e delle istituzioni locali ?

Come detto, sul territorio erano già presenti fenomeni di aggregazione giovanile connotata dal bullismo e legata al territorio di appartenenza, principalmente nei quartieri più periferici.
All’interno di ciascuna zona infatti ci sono diversi gruppi di ragazzi, che fanno anche cose diverse tra loro, ci sono i writers, c’è un’attività di spaccio diffuso ma senza poter parlare in questo caso di una regia superiore anche perché, a Milano, lo spaccio di strada al dettaglio è in mano a cittadini non italiani, che certo non si identificano in questa o quella zona, non essendo nemmeno nati qui o comunque non identificandosi in questo aspetto. Diverso il caso di alcune particolari zone di Milano dove invece ci sono piazze di spaccio in cui chi svolge questa attività non viene disturbato da altri soggetti, in questo caso allora ci troviamo in presenza di una sorta di coordinamento e suddivisione dei ruoli.

Vi sono delle misure specifiche messe in campo da parte delle forze dell’ordine, in particolare la polizia locale, per monitorare ed arginare questo fenomeno?

La nostra Unità ha prestato particolare attenzione a questo fenomeno perché parte del nucleo che coordino si occupa proprio del writing, e le scritte osservate sui muri hanno per forza di cosa attirato la nostra attenzione.
Se in un primo momento abbiamo notato le tag poi ci siamo resi conto che tra coloro che così segnavano gli spazi alcuni si erano anche tatuati la sigla di zona sul corpo, per cui la connotazione del fenomeno è mutata, non potendo parlare specificamente di writing, bensì di un’appartenenza territoriale geografica a quella determinata zona, a cui in alcuni casi si aggiunge il commettere reati minori, di strada. In ogni caso ritengo che al fenomeno vada posta attenzione, in previsione di eventuali suoi sviluppi ed evoluzioni.

Le tag delle Z sono mescolate ad altre e a graffiti di ogni sorta, come le avete notate in quanto qualcosa di specifico? Da quanto tempo avete iniziato a identificare e isolare questa tipologia di tag (e il relativo fenomeno delle Z-gang)?

La nostra Unità, e il nucleo anti writing, ha l’occhio allenato e prestiamo attenzione a ciò che compare sui muri, inoltre capita che siano gli stessi residenti a darcene segnalazione con l’invio di foto, così come fatto da vari comitati cittadini che si occupano di degrado e ci sottopongono determinate situazioni.

E’ evidente che nel momento in cui osserviamo una tag che si discosta da quelle classiche o dalle crew e poi notiamo il richiamo esplicito alla Zona e al suo numero di riferimento proprio sul territorio corrispondente, e così via di zona in zona, sorge spontaneo il dubbio che si tratti di qualcosa di specifico. Ad aiutarci nella comprensione di quanto osserviamo su strada è poi il monitoraggio costante sui social network cosa che ci consente ulteriormente di percepire il polso della situazione, non solo attraverso le fonti libere, cioè visualizzando i vari profili, bensì anche tramite l’analisi del materiale acquisito nel corso dei sequestri di smartphone e hard-disck che effettuiamo e in cui è capitato di trovare raccolte di foto di queste particolari tag proprio da parte di chi è residente in quel quartiere, da cui la naturale conclusione dell’esistenza delle Z di appartenenza. Questo lavoro di identificazione e analisi delle Z-gang e delle relative tag è iniziato circa due anni fa, a partire dalla Z-4 a cui hanno fatto seguito la 5, la 9, la 2, la 3 e infine la 8.

In base alla vostra esperienza e analisi del fenomeno delle Z-gang a Milano, è plausibile prevedere il nascere di nuove altre bande giovanili di questa tipologia e se sì ne è immaginabile un’evoluzione ulteriore? Quali potrebbero inoltre essere le dinamiche di interazione con i gruppi già preesistenti nei vari quartieri?

Ritengo si tratti di un discorso piuttosto complesso, che vada affrontato anche dal punto di vista sociologico e culturale: se i giovani di cui parliamo avessero un impiego avrebbero sicuramente altro a cui pensare che non dedicarsi ad atti di vandalismo e simili. Il problema, come dicevo, è più che altro di carattere sociale perché il fatto di essere impegnati con un’attività e non restare invece a casa tutto il giorno, facendo tardi la sera e cercando comunque, come normale da giovani, di divertirsi e passare del tempo, non porterebbe questi ragazzi, che di mezzi non ne hanno, a trovare in quello che fanno ora il solo modo di riempire il proprio tempo con quello che hanno a disposizione come gli spazi pubblici, i giardini, le aree di ritrovo da imbrattare con bombolette spray… In ogni caso non ritengo ora di poter dire che questo fenomeno possa evolvere in qualcosa di più concreto dal punto di vista criminale.

Dal mio punto di vista direi che si tratta in ogni caso di un fenomeno su cui mantenere l’attenzione, lo dice anche la pedagogia che dei ragazzi riuniti in gruppi sono più difficili da contenere che se presi singolarmente, è nota la dinamica del branco che si autoalimenta e autosuggestiona, arrivando a far compiere ai singoli azioni che individualmente non avrebbero messo in pratica. Come dicevo, avere tempo a disposizione unitamente all’insoddisfazione personale e alla mancanza di mezzi porta a quanto è sotto gli occhi di tutti. Al giorno d’oggi purtroppo il possedere denaro, con tutto ciò che ne consegue, ha molto peso e questo fa capire perché in mancanza di alternative qualcuno pensi bene di ricorrere alla messa in opera di comportamenti come quelli descritti (spaccio, piccoli furti …). Anche gestire e vivere all’interno di una quotidianità di quartiere potendo vantare una forma di potere nei confronti di altre persone consente una sorta di soddisfazione che va a colmare altre necessità, altre soddisfazioni che non si riescono a ottenere altrimenti. Secondo me si tratta di questo, un atteggiamento che vediamo caratterizzare sia giovani italiani che figli di stranieri immigrati di seconda generazione come nelle banlieues francesi, a tal proposito se andiamo a vedere qualsiasi studio sul fenomeno dell’immigrazione leggiamo che il problema non è quasi mai associato all’immigrazione di prima generazione, quanto a quelle successive; la Francia, per citarla nuovamente, insegna che sono la seconda e la terza generazione quelle problematiche, vivendo una situazione di disagio maggiore rispetto a chi è arrivato per lavorare e tutto sommato è soddisfatto per quanto raggiunto mentre i loro figli possono provare frustrazione nel non sentirsi assimilati appieno, sebbene sulla carta sia così.

Per restare sull’analisi del fenomeno nelle sue varie sfaccettature, anche la musica che questi giovani ascoltano racconta molto della loro realtà: si tratta quasi sempre di testi rap, che ripropongono i medesimi refrain quali disagio della vita di periferia, droga, distruzione e … soldi, guarda caso come il titolo della canzone vincitrice dell’ultimo festival di Sanremo, “Soldi”, cantata da Mahamood un giovane milanese di seconda generazione del Gratosoglio, zona 4 …

Per quanto riguarda le eventuali interazioni con le altre gang, come i latinos, direi che questo non lo abbiamo potuto accertare, peraltro le vere gang sudamericane latinos come Bloods e King non hanno mai davvero preso piede a Milano, non è comunque un argomento direttamente di competenza della nostra Unità mentre ci sono dei nuclei specializzati di appartenenti a Carabinieri e Polizia di Stato che se ne occupano direttamente, da cui apprendiamo che in effetti non sussistono delle situazioni di questo genere particolarmente radicate, si tratta perlopiù di episodi, a Milano come in altre realtà che siano metropoli o meno. Concludendo, per citare un famoso romanzo, anche ne “Il Signore delle mosche”, che mi è capitato di suggerire come lettura a diversi ragazzi, si racconta di come i ragazzi in gruppo lasciati soli possono diventare anche molto pericolosi …

State pensando a un coordinamento delle forze in campo tra Comune, Municipi, Polizia locale per una progettualità a contrasto dei fenomeni descritti?

L’attività svolta finora è in rete tra le varie istituzioni, concentrandosi principalmente sul fenomeno del writing, un fenomeno in parte simile a quello delle gang ma il cui fine ultimo è sostanzialmente quello di scrivere sui muri lasciando traccia di sé. Embrionalmente il writing ha le stesse caratteristiche delle Z-gang, anche il writer infatti spesso appartiene a una crew (ciurma) un gruppo di persone che si riconoscono sotto una medesima tag che è l’acronimo della crew di cui si fa parte.

In generale la nostra attività come Unità tutela e decoro urbano, coordinata con gli altri soggetti in campo, è stata guidata da una comunione d’intenti tra Procura della Repubblica, servizi sociali e Avvocatura del Comune di Milano, cosa che se non ci ha portati a sconfiggere completamente il fenomeno dell’imbrattamento, ha sviluppato un sistema per contenerlo, non solo tramite la repressione, che da sola non avrebbe condotto ai medesimi risultati, ma affiancandovi un lavoro di recupero dei ragazzi coinvolti a cui si aggiunge anche la concessione di spazi pubblici dove potersi esprimere liberamente, in particolare mi riferisco ai ‘muri liberi’, 100 e più pareti che il Comune di Milano ha messo a disposizione per poter scrivere, fare graffiti, tag e quant’altro senza bisogno di autorizzazioni.
L’altro tassello del lavoro di squadra messo in campo per contrastare il fenomeno del writing è stato il costituirsi parte civile del Comune di Milano in tutti i processi in cui fossero coinvolti questi giovani, senza mai chiedere denaro come controparte ma proponendo di scontare la pena inflitta tramite lo svolgimento di ore di lavori socialmente utili, arrivando l’Avvocatura ad aver fatto svolgere ben 18.000 di queste ore, cosa che tra l’altro per il Comune ha comportato anche un investimento economico per le spese dell’assicurazione obbligatoria prevista per ciascuna delle ore svolte in base al contratto di lavoro gratuito che viene stipulato tra le parti.
Tirando le somme, finora possiamo affermare che quasi nel 90% dei casi non abbiamo avuto recidive, chi è stato colpito dal provvedimento disciplinare ha svolto le ore assegnate, se è il caso ha risarcito le parti civili private (Atm, Trenord …) quindi in confronto ad altri reati dove la recidiva è molto superiore, è stato un lavoro che ha dato risultati più che positivi.

Si tratta quindi di una sorta di attività di rieducazione vista anche la giovane età dei coinvolti?

Sì, possiamo tranquillamente parlare di rieducazione perché far capire a un ragazzino che proprio libero di fare quello che vuole non è, dargli uno stop di fronte a un comportamento antisociale, per quanto non così grave come possiamo immaginare, fargli comprendere che deve porre attenzione ai suoi comportamenti perché un po’ di Stato c’è ancora e non puoi fare quello che vuoi, significa dargli un monito perché in futuro non ripeta azioni di questo o di altro genere a dispetto delle regole e della legalità.

Come reagiscono i ragazzi a fronte dell’assegnazione delle ore di lavoro da svolgere?

All’inizio non sono per nulla contenti, in primo luogo perché prendono loro parecchio tempo ma alla fine in molti hanno dichiarato che si è trattato di una bella esperienza. Sono stati seguiti dai servizi sociali che alla fine del percorso stendono una relazione, il cui esito è cruciale per accedere al patteggiamento, quindi che si trattasse di spingere carrozzine in un ospizio o riverniciare una cantina, le ore andavano svolte con impegno. La cosa positiva è che in questo caso abbiamo davvero applicato quello che è un preciso dettame della nostra Costituzione ossia che la pena inflitta sia utile a rieducare il condannato e a reintegrarlo nella società.

Quali sono nello specifico le pene per questo tipo di reati?

Questi reati sono puniti prevalentemente tramite l’applicazione dell’articolo 639 del codice penale, che prevede una sanzione per imbrattamento su beni mobili (bidoni dell’immondizia ad esempio) facendo riferimento al primo comma, che è procedibile a querela, mentre dal secondo comma in poi si procede d’ufficio, ad esempio per l’imbrattamento di mezzi di trasporto pubblici o privati e su tutti i beni immobili, per cui in questi casi la pena della reclusione va da uno a tre mesi e la sanzione pecuniaria da 300 a 1000 euro.

Si consideri poi che quando a essere imbrattato è un bene di interesse storico-artistico, ovunque esso sia ubicato, la pena è maggiore: la reclusione va da tre mesi a un anno e la multa da 1000 a 3000 euro.
Il quarto comma infine interessa i casi di recidiva per le ipotesi di cui al secondo comma, per cui si applica la pena della reclusione da tre mesi a due anni e la multa arriva fino a 10.000 euro. C’è poi da tenere presente che se l’imbrattamento è posto su strumenti o mezzi di trasporto in maniera tale da limitarne l’uso, si passa al reato di danneggiamento che consta di un primo comma che ora è stato depenalizzato a civile e un secondo comma che prevede la possibilità di procedere penalmente per tutti quei beni che siano esposti per necessità, consuetudine o destinazione alla pubblica fede (il palo della luce, il cestino, l’auto, il muro stesso sono tutti lì per destinazione) il reato diviene così procedibile d’ufficio con una pena che può arrivare fino a tre anni di reclusione e una sanzione pecuniaria elevata e in casi rilevanti la facoltà di arresto.
Come Unità ci siamo occupati prevalentemente degli imbrattamenti sui mezzi di trasporto, ad esempio quando la deturpazione era tale per cui il vagone non poteva essere utilizzato a causa dei vetri completamente oscurati dai graffiti; si tenga conto infatti che i finestrini dei vagoni delle metropolitane sono anche uscite di sicurezza, per cui non poter vedere cosa ci sia dall’altra parte è un problema e comporta, a livello di reato, che dall’imbrattamento si passi al danneggiamento, come chiarito anche da una sentenza della Cassazione.

Anche in quest’ultimo caso siete riusciti a gestire lo sconto della pena per i ragazzi condannati tramite lo svolgimento di lavori socialmente utili?

Assolutamente sì, tra l’altro l’articolo 639 prevede che il ripristino del bene estingua il reato, quando non abituale. Quando fermiamo qualcuno, tendenzialmente riusciamo a risalire ad altri precedenti casi in cui si sia verificato un imbrattamento con la sua tag (che è una firma) in tal modo viene imbastito un procedimento penale più articolato che, come detto, per lo  sconto della pena viene solitamente gestito con lo svolgimento di ore di lavoro gratuito seguite dai servizi sociali.

Perché anche sapendo di poter essere riconosciuti dalle proprie tag, questi giovani continuano imperterriti nel compimento di reati del genere e oltretutto ne postano foto e video sui social network?

Il fine ultimo del reato in questione per loro è farsi pubblicità … Certo diciamo che chi commette un reato sulla scorta di questi presupposti comincia già col piede sbagliato…
Questa generazione però vive attraverso quello che di sé appare sui social, quindi se compi un gesto, in questo caso anche illegale, e non lo posti condividendolo con la comunità virtuale che ti segue, è come se tu nemmeno lo avessi fatto, come a dire che il ricordo di per sé non ha nessun valore, conta solo quello che è visibile e condivisibile con tutti.
Se io giovane insoddisfatto esco di casa e con una bomboletta spray faccio venti tag sui muri della città, le fotografo e le posto sulla mia pagina Instagram dove io e i miei followers possiamo ammirarle, ho già fatto il mio lavoro, sono un king, ho raggiunto il mio risultato. Per questi ragazzi infatti ciò che è contenuto sul proprio smartphone, ciò che è in rete non è virtuale ma molto molto reale.

 

 

 

 

 

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