Vi racconto la mafia romana, intervista a Floriana Bulfon

Parla la giornalista investigativa finita sotto vigilanza dopo essersi infiltrata nei territori del clan dei Casamonica e avere scritto di loro. E racconta: “Non considerateli degli straccioni, sono tanti e pericolosi”

Friulana di origine e romana d’adozione, Floriana Bulfon è una giornalista investigativa freelance che scrive per l’Espresso e Repubblica, è inviata per Rai Uno e collabora con Rai Tre. Si occupa di terrorismo internazionale, pedofilia, cybersecurity e soprattutto di criminalità organizzata. Osservando gli sviluppi del crimine organizzato di Roma si è resa conto dell’affermazione del clan dei Casamonica e, per raccontarne, è andata a vivere nei loro territori condividendone la quotidianità.

A seguito dei suoi articoli e del libro che ha appena pubblicato su di loro (“Casamonica, la storia segreta”, Rizzoli 2019) è stata aggredita, minacciata e messa sotto vigilanza. “Un po’ di paura ce l’ho” racconta “perché sono tanti e violenti. Ma non mi sento sola. Negli ultimi anni, continua, il metodo investigativo è cambiato e il contrasto è più forte.

Dottoressa Bulfon, chi sono i Casamonica e quali sono le loro origini?

Si tratta di un clan criminale composto da diverse famiglie di etnia rom che prende il nome da quella più potente e numerosa, appunto i Casamonica. A differenza della Mafia siciliana non hanno un capo, dei capi, sono invece più simili alla ‘ndrangheta, hanno cioè una struttura composta da tante famiglie legate da vincoli di sangue, cosa che finora ha scongiurato sia faide che pentitismo. Originarie dell’Abruzzo e del Molise, si insediarono a Roma negli anni Sessanta radicandosi in quella che allora era l’estrema periferia est, a ridosso dei Castelli Romani, dove iniziarono a lavorare come allevatori di cavalli e commercianti di auto. A quei tempi la periferia non si era ancora sviluppata, successivamente vide un grande sviluppo urbanistico in corrispondenza del quale si affermò anche la criminalità organizzata. Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda della Magliana detto anche “il secco” in Romanzo criminale, era un usuraio che non aveva a disposizione alcuna manovalanza per riscuotere i crediti, perciò decise di affidarsi ai Casamonica che divennero così il suo braccio militare. Questa attività permise loro non solo di accedere a network criminali importanti bensì di imparare le tecniche del riciclaggio. Con il tramonto della Banda della Magliana, i Casamonica si sono messi in proprio e hanno iniziato ad applicare i propri metodi criminali a intere fette della città e della provincia romana, diventandone in molti casi i padroni e agendo con le caratteristiche tipiche delle organizzazioni mafiose. Per molto tempo, però, si è negato che a Roma la mafia esistesse e i Casamonica venivano bollati come mera criminalità di strada stracciona e disorganizzata. Solo nel luglio del 2018 è stata loro contestata per la prima volta l’associazione mafiosa a seguito di una retata nella roccaforte di Porta Furba. In autunno inizierà il maxiprocesso.

Oggi quanti sono gli affiliati al clan e in quali zone sono radicati maggiormente?

Porta Furba a Roma

La rete famigliare del clan ha circa mille affiliati. I Casamonica sono radicati nella periferia sud-est della capitale soprattutto nelle zone della Romanina, dell’Anagnina, di Porta Furba e del Tuscolano fino a diversi comuni dei Castelli Romani. In altre zone sono attivi i loro parenti, come i Di Silvio a Latina e gli Spada a Ostia. Altri nuclei dello stesso ceppo sono presenti in altre zone della città e della provincia come anche a Pescara e Foggia.

A differenza delle mafie tradizionali, che pure sono presenti a Roma dove però non hanno delle roccaforti fisiche, i Casamonica si sono presi il controllo di intere fette di territorio, venendo così identificati dalle altre organizzazioni come una vera e propria mafia autoctona romana. Nelle loro zone essi si sono spesso sostituiti allo Stato e hanno imposto le loro leggi. Basti pensare che per accedere a una parte di Roma è stato a lungo necessario pagare una tassa di un euro al clan, una cifra irrilevante ma che ben fotografa come il territorio fosse considerato di loro proprietà.

Hanno consenso sociale all’interno di queste zone?

Oltre a praticare le loro attività criminali, cioè principalmente usura, estorsioni e spaccio di droga, i Casamonica hanno compreso l’importanza di investire sul consenso sociale esattamente come fanno le mafie nell’Italia meridionale. Durante una conversazione intercettata tra due boss uno si complimentava con l’altro perché sul suo territorio faceva pulire le strade, curare le aiuole e aiutare le vecchiette in difficoltà. Come la ‘ndrangheta, la mafia e la camorra anche i Casamonica hanno capito che il consenso sociale può disincentivare molti cittadini dal denunciare i loro traffici criminali. All’interno di zone abbandonate si sono sostituiti allo Stato reclutando giovani italiani e non che si prestano come manovalanza, soprattutto come vedette per lo spaccio.

Che rapporti ci sono tra i Casamonica e le altre organizzazioni criminali presenti in Italia?

Prima di tutto va sfatato il mito che i Casamonica siano una criminalità stracciona. Essi non hanno nulla a che vedere con i gruppi criminali di origini balcaniche che vivono nei campi rom, i quali si dedicano ad altri generi di reati come i furti in appartamento. I Casamonica puntano ben più in alto. Sono entrati nel narcotraffico internazionale e hanno rapporti diretti con alcune delle più potenti cosche della ‘nrdangheta, in particolare con gli Strangio di San Luca, una delle più importanti famiglie al mondo nel mercato della droga. Gli Strangio sono conosciuti per essere molto selettivi, accettano di parlare solo a chi riconoscono un elevato rango criminale. Le inchieste hanno mostrato come gli Strangio facessero prezzi di favore per grandi partite di cocaina ai Casamonica, cosa che evidenzia l’importante considerazione che questi ultimi si sono guadagnati. Per le altre organizzazioni criminali, infatti, i Casamonica sono affidabili: controllano il territorio, non fanno pentiti e sono a lungo riusciti a non attirare troppo l’attenzione degli inquirenti. Inoltre hanno mutuato i codici delle altre mafie. Dalla camorra hanno preso l’utilizzo della musica neomelodica, l’ostentazione della ricchezza e del modo di vestire. La mafia a cui assomigliano forse di più è però la ‘ndrangheta, dalla quale hanno mutuato la sintesi tra modernità e tradizione.

Cosa vuole dire?

Sia i Casamonica che la ‘ndrangheta hanno sviluppato business transnazionali sofisticati che poggiano però su un’ortodossia per le loro tradizioni criminali e sulla visione distorta delle proprie culture d’origine. I Casamonica hanno una visione totalmente distorta della cultura rom. Per parlare tra loro hanno coniato una specie di proprio dialetto endemico che mischia la lingua rom con il romanesco. Pochissime sono le persone in grado di fare da interpreti e queste spesso si rifiutano di farlo per paura. Inoltre se guardiamo le immagini del famoso funerale di un loro padrino che si tenne a Roma nel 2015 osserviamo come esso sia la mistificazione degli elementi tradizionali della loro cultura d’appartenenza.

Abbattimento di una villa dei Casamonica costruita abusivamente

Nella tradizione rom il funerale ha un valore simbolico enorme che si ricollega alle persecuzioni che hanno costantemente vissuto. I Casamonica lo hanno trasformato invece in una esibizione di potere tramite l’esposizione di oggetti di lusso, l’utilizzo di un elicottero e la musica de ‘Il Padrino’. Inoltre, come le organizzazioni del sud Italia tentano di bollare l’antimafia come una forma di discriminazione dei meridionali, anche i Casamonica accusano che scrive di loro di razzismo contro i rom. Qualche giorno fa ero in un bar nel centro di Roma per bere una spremuta quando mi è venuta incontro una loro donna che mi ha aggredito verbalmente dicendomi: “Razzista, fai pena, devi piantarla di scrivere di noi”.

Dalla provincia i Casamonica sono dunque arrivati nel centro di Roma. Che rapporto hanno con la politica romana e italiana?

Non ci sono mai state condanne di politici per concorso esterno in associazione mafiosa con i Casamonica.
Si sono registrati alcuni casi di contatti tra loro e alcuni politici locali, come per esempio a Ostia tra Casapound e gli Spada o a Latina dove è stato denunciato un presunto attacchinaggio dei Di Silvio a favore di un candidato locale. Un altro episodio rilevante è stata la pubblicazione delle foto con il boss Luciano Casamonica insieme all’ex sindaco Alemanno e all’ex ministro Poletti. Luciano Casamonica è colui che venne definito da Massimo Carminati come il “mediatore culturale” perché veniva chiamato da Mafia Capitale per risolvere i problemi con i rom dei campi quando le cooperative di Buzzi avevano un interesse al loro interno. Per adesso, però, la loro infiltrazione nella politica sembra essere molto meno profonda rispetto a quella in altri settori. Molto più presenti sono invece nel mondo dello spettacolo.

I Casamonica sono arrivati fino a Cinecittà?

Un noto personaggio dello spettacolo, intercettato, si è rivolto a un giovane boss invitandolo a investire nel cinema. La risposta è stata: “Preferisco investire in rolex, loro non perdono mai di valore”. Questa conversazione indica come i rapporti tra i Casamonica e alcuni personaggi di quel mondo siano ormai intimi. Il loro ingresso è avvenuto certamente tramite la cocaina, notoriamente diffusa in quel mondo, ma anche tramite l’usura a vip indebitati. Tra le vittime di usura c’è per esempio il comico Marco Baldini, l’ex spalla di Fiorello, che indebitatosi con il gioco d’azzardo si è messo nelle mani dei Casamonica ai quali ha dovuto dare 600mila euro a fronte dei 10mila che gli avevano inizialmente prestato. Un’altra vittima è il figlio di un noto regista che appena uscito dagli interrogatori con le forze dell’ordine chiamava i Casamonica per riferire loro quanto detto.

Tra le vittime delle minacce e delle aggressioni dei Casamonica ci sono anche alcuni giornalisti tra cui Lei stessa. Come e quando ha iniziato a occuparsi di loro?

Quando dieci anni fa ho iniziato a occuparmi della criminalità a Roma mi accorsi del loro controllo territoriale su alcune zone. Tutti li conoscevano ma c’era una grande assuefazione al loro terrore tanto che spesso si aveva il timore di pronunciare il loro nome, chiamandoli semplicemente “loro”. Ho deciso quindi di andare a vivere in uno dei loro quartieri e a frequentare alcuni luoghi in cui bazzicavano: bar, ristoranti e soprattutto palestre di pugilato. Ho potuto osservare l’evoluzione personale di alcuni di loro, vedendo come a poco a poco iniziassero a frequentare ristoranti sempre più costosi per ostentare il proprio denaro. L’ostentazione della ricchezza è un’ossessione non solo per i Casamonica ma anche per la società che li circonda. Frequentavo i parchetti di fronte alle scuole di quartiere e parlavo con i ragazzini. Ricordo che un giorno uno di loro mi disse: “Io sono razzista ma non ce l’ho con i negri. Io ce l’ho con i poveri”.

Come hanno reagito quando ha iniziato a scrivere di loro?

Dopo la pubblicazione di un pezzo su Repubblica mi hanno fermata lungo la Tuscolana dicendomi: “Come ti sei permessa di scrivere di noi? Devi chiederci il permesso”. Dopo la retata dei carabinieri nel loro covo di Porta Furba, che io stavo seguendo come giornalista insieme ad altri colleghi, le loro donne e i loro ragazzi hanno aspettato che gli agenti terminassero e se ne andassero per poi rincorrerci e tirarci dietro pentole e scope. L’episodio più eclatante è stato il ritrovamento di una molotov all’interno della mia macchia parcheggiata sotto casa. Per questo gesto non ci sono state rivendicazioni.

Come è cambiata la Sua vita in questi ultimi tempi?

Continuo a fare il mio lavoro, anche se è innegabile che abbia un po’ di paura. Vedo però che negli ultimi anni il metodo investigativo a Roma è cambiato molto e che finalmente si considerano i Casamonica come una vera e propria mafia.

 

 

 

 

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