“Una vita in prima linea, intervista a Gian Micalessin”

Parla il veterano corrispondente di guerra, che racconta una vita passata nelle zone calde del pianeta. E spiega: “Credere che l’Occidente sia oggi al sicuro è un’illusione”

Gian Micalessin, nato a Trieste nel 1960, lavora da quasi 40 anni come corrispondente di guerra. La sua vita professionale inizia nel 1983 quando insieme agli amici fraterni Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo parte per l’Afghanistan per raccontare il conflitto che colpisce in quel momento il Paese. Da allora è stato inviato in tutti i più importanti conflitti degli ultimi decenni collezionando informazioni, esperienze ed emozioni che ha raccolto in “Guerra Guerra Guerra”, libro scritto insieme a Fausto Biloslavo dove i due reporter raccontano una vita di esperienze belliche vissute sulla propria pelle. Tra i tanti ricordi nel libro emerge soprattutto quello di Almerigo Grilz, rimasto ucciso nel 1987 in Mozambico mentre stava documentando una battaglia tra i miliziani anticomunisti finanziati dal Sudafrica e le forze governative. Come spiega Micalessin, che con il nome di Almerigo ha battezzato anche il proprio primo figlio, Grilz fu il primo reporter italiano dai tempi della prima guerra mondiale a cadere nell’esercizio del suo lavoro.

Gian Micalessin, cosa spinse un giovane ragazzo triestino nei primi anni Ottanta a lasciare l’Italia per raccontare i conflitti in giro per il mondo?

La mia gioventù a Trieste ha giocato un ruolo fondamentale nelle mie scelte. Sono cresciuto in una città situata all’estrema frontiera dell’Occidente in cui si viveva con la costante minaccia dell’invasione, dato che a pochi chilometri da casa mia iniziavano i territori dell’Est. I ricordi della Seconda Guerra Mondiale erano ancora molto freschi, come anche il ricordo dell’arrivo dei partigiani titini che avevano infoibato e massacrato circa 5000 persone delle nostre zone e che avevano lasciato la percezione di essere sotto costante minaccia, anche perché Trieste era diventata italiana solo nel 1954. Certamente questo contesto influì nella mia scelta di militare nel Fronte della Gioventù, il movimento giovanile del Movimento Sociale Italiano, all’interno del quale conobbi Almerigo Grilz e Fausto Biloslavo con i quali iniziai anni dopo a viaggiare per il mondo per raccontare i conflitti. Non fu però soltanto il contesto della Guerra Fredda a influenzare le mie scelte professionali. Fin da bambino avevo desiderio fare il giornalista e il reporter. Guardavo in televisione i servizi sulla guerra in Vietnam e leggevo i romanzi di Oriana Fallaci. Ricordo bene quando una mattina dell’aprile del 1975, mentre mi trovavo in una sala giochi invece che essere a scuola, vidi in tv le immagine dell’elicottero che si alzava in fuga dall’ambasciata americana di Saigon e pensai: “Dannazione ho perso l’occasione, questa guerra è finita”. Così quando nel 1979 seppi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan mi dissi: questa è la guerra che voglio raccontare.
E infatti nel 1983 io, Fausto Biloslavo e Almerigo Grilz partimmo per aggregarci ai mujahiddeen. Eravamo un trio tutto proveniente dalle fila del Fronte della Gioventù. Erano finiti gli anni caldi della tensione che erano stati drammatici ma di grande avventura. Cercavamo qualcosa che sostituisse le emozioni che quegli anni ci avevano dato. Cercavamo l’avventura da qualche altra parte nel mondo.

Avevate avuto esperienze giornalistiche prima di partire per l’Afghanistan?

Avevamo seguito delle conferenze dei mujahiddeen che venivano in Italia, avevamo studiato la natura di questo conflitto ma non avevamo esperienze specifiche. Ci finanziammo il viaggio facendo dei lavoretti per qualche mese. Almerigo vendeva libri, io consegnavo vino e carta igienica e facevo il dj, Fausto faceva il guardiano in un camping. Raccogliemmo 5 milioni e partimmo.

Mujaheddin nella valle del Panshir

Com’era l’Afghanistan di allora?

Era molto duro, oggi non riuscirei ad affrontare un viaggio del genere. Entrammo dal Pakistan e ci rimanemmo 50 giorni. Ci si spostava solo a piedi, partivamo la mattina alle tre e camminavamo fino alle 11, ci fermavamo per un breve pranzo e poi ripartivamo. Vestivamo da mujahiddeen oppure con le divise dei soldati governativi. Non c’era da mangiare e quando c’era era un temendo montone cucinato nel suo grasso che ti riempiva la bocca di un sapore nauseante. Inoltre era facile essere colpiti da una dissenteria tremenda. In più i bombardamenti sovietici facevano tabula rasa di qualsiasi villaggio. Ricordo la sensazione di morte che ebbi mentre durante un bombardamento vidi una bomba staccarsi da un aereo russo e cadere verso di noi. Io e Fausto ci buttammo a terra, sentii il rumore dell’esplosione e il vento caldo che mi avvolse il viso. Quando rialzai la testa vidi Almerigo in piedi con la cinepresa puntata verso il luogo dell’esplosione. Al posto di fuggire era stato fermo a filmare tutto. Con quelle immagini tornammo indietro e incassammo i primi 25 milioni di lire che ci permisero di ripartire.

Almerigo Grilz è un personaggio che ricorre costantemente nei tuoi racconti e, immagino, anche nei tuoi pensieri, dato che hai chiamato con il suo nome tuo figlio. Che ricordo hai di lui?

Almerigo era un uomo che non conosceva la paura. Era il più anziano di noi tre e veniva subito notato per la sua personalità carismatica. Lo conobbi la prima volta il giorno della strage di Brescia, quando per reazione all’attentato la sede triestina del Fronte della gioventù venne assediata da centinaia di manifestanti di estrema sinistra. Almerigo si barricò dentro insieme ad altre cinque persone e riuscì a resistere all’aggressione. Quell’episodio creò un’aurea leggendaria intorno a lui. Era una persona di grande personalità, con idee forti e di grande umiltà. Viaggiava per l’Europa in autostop, frequentava gli ostelli della gioventù insieme a persone con cui ci si picchiava nelle piazze, vendeva collanine per pagarsi le vacanze in Inghilterra. Fu il nostro maestro sui campi di battaglia, ci ha lasciato un’impronta politica prima e professionale poi.

Con Grilz e Biloslavo sei tornato più volte in Afghanistan durante la guerra negli anni Ottanta. E’ durante quella guerra che gli americani iniziarono a foraggiare i mujahiddeen generando così indirettamente la crescita del terrorismo. Lo avevate notato già allora?

I primi missili forniti dagli U.S.A. arrivarono nel 1986 e impressero ben presto una svolta al conflitto, abbattendo decine di aerei ed elicotteri russi. Fin da subito c’eravamo invece resi conto della presenza dei fondamentalisti arabi, che oggi chiameremmo foreign fighters. Ci veniva detto di non andare in alcune zone in cui erano presenti gli arabi perché saremmo stati in pericolo. Arrivavano infatti fondamentalisti, alcuni legati ai Fratelli Musulmani, da tutti i Paesi arabi. I governi di questi Paesi erano vicini all’Urss oppure governati da regimi dittatoriali e condividevano la volontà di allontanare i terroristi dai propri territori e favorivano dunque la loro evacuazione verso l’Afghanistan dove speravano sarebbero morti. Purtroppo la situazione dell’Afghanistan di allora non è troppo diversa da quella di oggi.
Al tempo i sovietici controllavano le città mentre i mujahiddeen le campagne. Oggi è esattamente lo stesso con la differenza che gli americani si sono sostituiti ai sovietici.

Dopo l’Afghanistan quali sono stati i teatri di guerra che ti sono rimasti più impressi?

Il conflitto che più mi ha coinvolto dal punto di vista emotivo è stata la guerra nella ex Jugoslavia. Per noi triestini aveva un significato particolare che generava forti emozioni e suggestioni perché gli spari erano dietro casa. Di colpo si materializzava la paura della guerra che per decenni ci aveva accompagnato. Ricordo che partivo in macchina da casa mia e nell’arco di quattro ore mi trovavo a Sarajevo all’interno di una battaglia combattuta strada per strada, in una città che sarebbe potuta essere la mia.


Non c’era né acqua né elettricità, i cecchini erano ovunque per le strade, appena uscivo dall’albergo dei giornalisti venivo puntato dal primo cecchino che stava dall’altra parte della strada dove iniziavano postazioni serbe. Era una guerra difficile che provava molto dal punto di vista emozionale.

E’ stato in quel contesto in cui hai avuto più paura?

No, è stato in Africa. Nel 1995 decisi di andare a raccontare dell’epidemia dell’ebola nello Zaire dove veniva decimata la delegazione delle Suore Poverelle, così si chiamavano, di Bergamo. Il virus era arrivato dalla giungla e aveva colpito una persona che venne portata nell’ospedale gestito dalle suore che vennero poi contaminate e iniziarono a morire una dopo l’altra. Io arrivai a Kinshasa e da lì presi un aereo insieme a una reporter svizzera di nome Mariella con cui andai nell’epicentro di ebola. Dopo una settimana sul posto avevamo visto le suore intorno a noi morire una dopo l’altra e una notte decidemmo quindi di tornare indietro per salvarci. Andammo di corsa all’aeroporto che però era chiuso e il pilota che ci aveva portato non voleva più venire a prenderci. Aspettammo cinque ore finché sentimmo un rumore e all’orizzonte comparve un Dakota argentato carico di cercatori di diamanti di frodo. Al comando c’era un belga che per motivi giudiziari era dovuto scappare in Africa e che per 500 dollari a testa accettò di portarci via. La sensazione di paura che ebola mi diede fu diversa rispetto ad ogni altro tipo di paura mai provata prima. Una pallottola che ti colpisce ti lascia una ferita di cui sei consapevole e quando arrivi sano e salvo in albergo la sera sai che per quel giorno sei salvo. Il virus invece non ti lascia mai tranquillo perché esso si può manifestare fino a 20 giorni dopo. E’ una paura non tangibile. Ricordo ancora il sollievo che provai quando dopo 20 giorni dal rientro Mariella mi chiamò e mi disse che il tempo era decorso e che quindi eravamo salvi.

Negli anni hai poi seguito le guerre nel Golfo, quella in Algeria, l’intifada e infine gli ultimi conflitti in Medio Oriente. Come hai visto cambiare le guerre nel corso del tempo?

La guerra è cambiata enormemente. Il primo grande cambiamento è avvenuto nei primi anni Novanta con l’arrivo del satellite, cosa che ha cambiato la concezione del tempo nella presentazione di un conflitto. L’avvento di internet ha accelerato questo processo e ha trasformato in giornalista chiunque possa trasmettere immagini con il telefonino. Non basta più andare al fronte e girare filmati di sparatorie e bombardamenti, le immagine più crude e drammatiche sono quelle dei diretti interessati che in pochi secondi possono diffondere per il mondo ciò che hanno di fronte. Ciò ha cambiato totalmente il modo e soprattutto il tempo del racconto e ha reso l’attenzione per i fatti bellici molto meno duratura nel tempo. Le guerre di oggi hanno una parabola di narrazione sempre più breve in cui l’attenzione dell’ascoltatore è concentrata in pochi giorni o addirittura poche ore.
Al contempo la possibilità di fare circolare le informazioni così velocemente ha reso le guerre anche dei conflitti di narrazione e di propaganda in cui generalmente vince chi riesce a inondare il web della propria versione nel minore tempo possibile.

Ritieni che nella situazione che descrivi ci sia ancora spazio per i reporter professionisti? Oppure ti senti l’ultimo dei moicani?

Non mi sento l’ultimo dei moicani, sento però che il mestiere è diventato molto più difficile e selettivo e che c’è meno spazio per la ricerca, preferendo invece la diffusione di verità conclamate che una volta diffuse su internet diventano verità incontestabili. La guerra in Siria ne è un esempio. Al suo inizio sembrava la guerra di un dittatore cattivo per definizione che combatteva un gruppo di ribelli portatori di democrazia e libertà e dunque buoni per definizione. In realtà la situazione era come sempre molto più complessa e dietro i ribelli si nascondeva il fondamentalismo islamista, tra cui quello dell’Isis.

Damasco sotto assedio

Abbiamo assistito a un racconto in bianco e nero che seguendo le dinamiche del web faceva prevalere la notizia maggiormente diffusa oscurando le altre. Oggi lottare contro le dinamiche di internet per offrire un racconto più sfaccettato è sempre più difficile. Se gli inviati riusciranno a offrire qualcosa di diverso rispetto alla notizia generalista e a non uniformare il proprio racconto allora il mestiere sopravviverà.

Pensi che il mestiere di reporter rimarrà puro? Oppure che i reporter rimarranno ma al contempo faranno anche altro nella vita?

Dal momento che il raggiungimento del fronte non garantisce più la raccolta di notizie esclusive penso che sia sempre più importante la capacità di analisi dei reporter, ossia la capacità di saper spiegare al pubblico attraverso le parole e le immagini la complessità delle dinamiche del contesto che si racconta. L’analisi lasciata a professori che non hanno mai toccato con mano le situazioni dei Paesi di cui sarebbero esperti è una delle ragioni che spiegano la nostra incapacità di comprendere quello che sta succedendo. Naturalmente ogni analisi prevede anche una presa di posizione. Io non ho mai creduto che le notizie siano separate dalle opinioni. Penso che il giornalismo sia sempre opinioni basate sui fatti che si osservano. Chi ci racconta di separare opinioni e fatti ci inganna due volte perché la sola selezione di quali fatti presentare è essa stessa una presa di posizione.

Abbiamo parlato di come sono cambiate le guerre. In che modo le guerre hanno invece cambiato Gian Micalessin?

All’inizio la guerra era la ricerca dell’avventura, il fascino del viaggio, la sfida alla morte. Poi ho capito che la guerra non è quella dei film ma che è un affare sporco, puzzolente e fatto di lunghe attese e di combattimenti in cui spesso capisci ben poco. Ho capito che né il mondo né il campo di battaglia sono divisi tra buoni e cattivi in senso assoluto. Questa consapevolezza ha cambiato il mio modo di vedere e analizzare il mondo. Non ha invece cambiato più di tanto lo stile della mia vita quotidiana, non ho mai provato disagio al ritorno e mi sono abituato benissimo a questo stile di vita. Casomai il mio approccio alla quotidianità è cambiato da quando è nato mio figlio (ride), cosa che ti cambia più di quanto uno non si aspetti.

Cosa ti aspetti dal mondo in cui tuo figlio crescerà? Pensi che ci saranno ancora minacce serie per la sicurezza italiana ed europea?

Penso che la prima fonte di rischio per la nostra sicurezza provenga dalla manipolazione della verità per ragioni politiche. Prendiamo a esempio il caso del Russia Gate, un racconto promosso dai democratici americani che si è dimostrato essere totalmente infondato eppure ampiamente diffuso per ragioni politiche perché un certo mondo liberal non riusciva a spiegarsi come fosse stata possibile la vittoria di Donald Trump.

Cosa c’è di più spregiudicato di una narrazione falsa che rischia di portarci sui binari della guerra fredda solo per coprire la propria disfatta politica? Da questo punto di vista mi sembra che il mondo sia cambiato molto in peggio. Mi sembra che la classe politica internazionale non sia all’altezza degli eventi. Lo vediamo anche in Europa: che cos’è il successo dei sovranisti se non la conseguenza di politiche inadatte da parte di quelli che pensavamo essere grandi leader mondiali? Un altro elemento terrificante è il rifiuto di molti Paesi europei di riportare a casa i propri cittadini che si sono uniti all’Isis perché dicono di non essere in grado di processarli e condannarli. Come fa uno Stato a definirsi tale se non è in grado di mettere in galera i terroristi perché non ha le leggi adeguate? Perché non vengono istituiti dei tribunali speciali europei o nazionali che con leggi speciali processino i terroristi dell’Isis, come avvenuto dopo la guerra nei Balcani? Inoltre è ancora più vergognoso che oggi venga chiesto a Bashar Assad, tutt’ora dipinto come un macellaio, di fare giustizia per noi occupandosi dei criminali dell’Isis.

Pensi che l’Occidente debba mantenere una propria presenza in Medio Oriente per contrastare il terrorismo?

Donne combattenti curde contro l’Isis

Il problema è purtroppo molto semplice. In guerra non puoi arretrare il fronte altrimenti ti ritroverai a combattere a casa tua. Per questo dobbiamo essere presenti sui fronti da cui arriva il pericolo. Abbiamo però un grande problema. Non abbiamo più il coraggio di combattere e per difenderci dall’Isis abbiamo mandato avanti i curdi. Probabilmente impareremo nuovamente a combattere per difenderci quando il nemico arriverà a casa nostra, cosa che probabilmente non sarà tra molto.

Ritieni dunque che la minaccia terroristica sia ancora molto concreta anche se negli ultimi due anni gli attentati sono molto diminuiti?

E’ solo questione di tempo. I bombardamenti che hanno sconfitto l’Isis genereranno altri terroristi come ho già visto succedere dopo la fine della guerra in Afghanistan e in Cecenia. Altri terroristi cresceranno in seno all’Europa nelle periferie delle grandi città occidentali in cui l’integrazione è molto difficile e in cui è fallito qualsiasi tentativo di trasmetter e i nostri ideali. Il nemico ce l’abbiamo già in casa.

 

 

 

 

 

 

Share.

About Author