“Ecco quali sono i pericoli più gravi per i poliziotti europei”

L’esperto di sicurezza Stefano Piazza ha recentemente scritto un libro in cui racconta delle minacce che le forze di sicurezza di tutta Europa subiscono nell’esercizio del loro lavoro. Tra i problemi principali c’è la diffusione di una mentalità anti-poliziesca tra i cittadini

Stefano Piazza, in “Sbirri maledetti eroi”, libro che Lei ha scritto a quattro mani insieme a Federica Bosco, descrivete le minacce più gravi per il lavoro delle forze dell’ordine a livello europeo. Quali sono?

Stefano Piazza

Sono tantissime. Nelle carceri francesi, per esempio, gli addetti alla sicurezza sono lasciati allo sbando e vengono aggrediti, minacciati, intimiditi, viene fatto loro sapere di stare attenti alle proprie famiglie. Mentre un tempo la gente mostrava apprezzamento per l’intervento della polizia, oggi stiamo purtroppo assistendo alla crescita della diffidenza delle società nei confronti delle forze dell’ordine. Tra i Paesi da questo punto di vista più critici ci sono sicuramente la Francia, la Germania e la Svezia dove, seppure in forme particolari e differenti, sono fiorite zone in cui le forze dell’ordine hanno spesso difficoltà fisica di accesso. Queste zone, generalmente situate nelle periferie dei grandi centri urbani, vengono classificate in Svezia come No Go Zones e in Francia come ZUS (Zones Urbanes Sensibles ndr) e ospitano delle società parallele in cui imperano delinquenza ed estremismo islamico e dove vige una diffusa avversità alle forze dell’ordine che regolarmente vengono aggredite fisicamente.

Quali sono stati gli errori originali che hanno generato la diffusione di questa diffidenza verso le forze dell’ordine?

Possiamo individuare due principali fulcri d’origine: il primo è l’esistenza di una cultura politica anti-poliziesca; il secondo sono stati i progetti edilizi sviluppati nei decenni scorsi per accogliere milioni di immigrati in corrispondenza dei boom economici. Questi ultimi hanno arricchito alcuni ma hanno creato quartieri alveari molto popolosi composti da casermoni orribili e da tonnellate di cemento i cui abitanti sono poi stati abbandonati in corrispondenza delle crisi economiche che si sono succedute. I vari governi non hanno adottato strategie se non quella di erogare sussidi per mantenere calma la situazione. A poco a poco la marginalità è diventata normalità e spesso l’unico modo per uscirne è l’avere doti sportive, per esempio diventando calciatore. Là dove è mancato lo Stato sono arrivate la criminalità organizzata e l’estremismo religioso per offrire dei valori distorti di giustificazione. I predicatori raccontano ai ragazzi dei quartieri che la colpa della situazione che vivono è dell’occidente e che l’islam è la soluzione; i narcotrafficanti contrappongono alla povertà percepita la possibilità di diventare un boss multimilionario come Scarface. L’errore di costruire questi alveari trent’anni fa lo stiamo pagando oggi e lo continueremo a pagare perché non c’è un’inversione di tendenza.

Come si sviluppa invece la cultura politica anti-poliziesca di cui parla?

Esiste un vero partito transnazionale anti-polizia che opera in tutta Europa. Esso si rifà a un’ideologia che spesso nasce nei circoli dell’estrema sinistra e che descrive l’agente in divisa e il rappresentante dello Stato come il nemico da combattere con tutte le forze. Questa ideologia trova un certo consenso nel mondo antagonista e anarco-insurrezionalista secondo cui picchiare gli agenti è una cosa giusta.

Mentalità, questa, che ritiene abbia dei collegamenti anche con la classe politica?

Certamente. E’ un partito ideale che parte dall’estrema sinistra, copre vaste aree di opinione e raggiunge circoli politici e intellettuali per arrivare anche al giornalismo, nelle professioni e nel mondo dello spettacolo di tutti i Paesi. Tutti partono dal presupposto che la divisa sia il segno del nemico da abbattere. Spesso li sentiamo condannare fortemente un poliziotto che perde la testa e fa qualcosa di sbagliato ma quando viene ucciso un agente non dicono nulla o minimizzano l’accaduto dicendo che dopotutto si tratta del suo mestiere.

Nel libro fate anche degli esempi in cui le autorità si sono dovute piegare a questa mentalità…

Vi è per esempio il caso del Belgio in cui la polizia è stata accusata da Amnesty International di utilizzare metodi non idonei e razzisti nel corso delle proprie indagini. E’ emerso che dopo gli attentati che hanno insanguinato Bruxelles, gli agenti che operavano in zone sensibili come Moelbeck fermassero per dei controlli preventivi chi avesse abiti o caratteristiche riconducibili al radicalismo islamico, come la barba lunga tagliata all’altezza dei baffi. A seguito dell’intervento di Amnesty, il ministro degli interni ha dovuto bloccare le operazioni e chiedere scusa. Un altro caso è la direttiva inviata dall’Onu al governo francese chiedendo di aprire un’indagine contro l’operato della polizia nei confronti dei Gilet Jaunes. Se pensiamo che i Gilet Jaunes hanno generato tra le forze di polizia francesi circa mille feriti, facendo perdere ad alcuni agenti mani e occhi, l’indagine forse dovrebbe essere al contrario.

Lei vede la volontà politica di invertire questa tendenza?

No. Manca la volontà per aumentare le pene nei confronti di chi insulta e aggredisce gli agenti. Come si può sentire una persona che viene schiaffeggiata e il giorno dopo ritrova per strada il suo aggressore che potrebbe nuovamente aggredirlo o peggio sbeffeggiarlo? Manca la consapevolezza perché quel partito transnazionale lavora per impedire che nasca una coscienza di questo tipo.

 

 

 

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