“In Italia ci sono organizzazioni che sostengono i terroristi”

Il racconto del ragazzo italiano che vive in Siria nei territori di Assad. Intervista dell’inviato Luca Steinmann a un giovane testimone degli avvenimenti che hanno sconvolto il Medio Oriente negli ultimi anni, per gettare e nuova luce e uno sguardo fuori dagli schemi su quanto è avvenuto e sta avvenendo in Siria e su fatti e persone che spesso non vengono raccontati al grande pubblico. Rustam Chehayed, modenese di origini siriane, racconta di avere subito aggressioni e minacce da parte degli oppositori europei al governo siriano. Sentendosi abbandonato dallo Stato ha trovato rifugio a Damasco, da dove racconta la sua storia.

Rustam Chehayed

Per andare a incontrarlo mi devo muovere rapidamente per le strette vie di Damasco. Sono giorni in cui l’esercito siriano sta lanciando un’offensiva per riconquistare la Ghouta, da dove i ribelli che la controllano stanno rispondendo al fuoco con incessanti bombardamenti verso il centro città e verso le sue periferie orientali. Le autorità siriane hanno invitato i cittadini a non sostare per strada per evitare di prestarsi come facili bersagli, i morti civili sono già abbastanza numerosi. Tra di loro anche diversi bambini.

La casa di Rustam Chehayed si trova in uno dei quartieri più esposti ai bombardamenti, situata a poche centinaia di metri dal fronte dove le zone controllate dall’esercito di Assad terminano per lasciare spazio alle roccaforti dei ribelli. In queste stesse roccaforti comandano ancora oggi alcune milizie che, secondo Chehayed, hanno rapporti con alcune organizzazioni che dall’Italia si oppongono ad Assad. Fu proprio a Duma, cittadina della Ghouta a pochi chilometri dal centro di Damasco, che nel 2014 si recò l’attivista anti-Assad Vanessa Marzullo, che venne poi presa in ostaggio insieme all’amica Greta Ramelli da parte del fronte al Nusra, l’organizzazione terroristica legata ad al Qaeda che, pur avendo cambiato nome, è uno dei principali gruppi che oggi compongono il fronte ribelle della Ghouta. Secondo fonti mai confermate il riscatto pagato dal governo italiano per la loro liberazione ammonta a 12 milioni di dollari.
Chehayed abita oggi a poca distanza dalle milizie che, racconta, hanno intrattenuto rapporti con le stesse organizzazioni italiane dalle quali lui ha ricevuto minacce e pesanti pressioni. Il motivo? La sua denuncia che dietro la ribellione siriana si celassero in realtà dei gruppi terroristici.
Nato in Siria nel 1980, da bambino si trasferisce con la famiglia a Modena. Membro della comunità italo-siriana, con lo scoppio della guerra nel 2011 prende posizione contro la ribellione ed inizia un’incessante attività di diffusione di notizie che non corrispondono alla narrazione proposta dalla maggior parte dei siriani in Italia. Quella in atto in Siria, dice, non sarebbe una rivolta spontanea bensì il tentativo da parte di alcuni Paesi filo-occidentali di sfruttare il malcontento di parte della popolazione per sovvenzionare gruppi terroristici che facessero cadere Assad. A causa di questa sua attività, racconta, viene isolato e inizia a ricevere minacce e forti pressioni che contribuiscono a fargli prendere un’importante decisione: lasciare l’Italia e trovare rifugio in Siria, nelle zone controllate da Assad. Nel 2016 si trasferisce a Damasco, dove oggi vive e lavora come tecnico impiantistico. Nonostante la guerra, la sua vita trascorre serena, le espressioni del suo volto si contraggono però in una smorfia che mischia nostalgia e dolore quando parla dell’Italia. “Per me le Siria è come una madre e l’Italia come un padre” racconta, “e vedere mio padre che promuove una campagna mediatica infamante nei confronti di mia madre, che si rifiutava di tutelarmi e che e aiuta invece i terroristi mi ha disilluso”. Da Damasco racconta la sua storia.

Con lo scoppio della guerra in Siria molti siriani in Italia si sono schierati contro il governo di Damasco. Sono stati i primi a scendere in piazza per denunciare i crimini di Assad e a chiederne la deposizione, sono stati i primi ad essere ospitati negli studi televisivi, sono stati i primi ad organizzare iniziative di solidarietà e di aiuto a favore della ribellione. Come si spiega questa mobilitazione e perché non vi ha preso parte?

Gli oppositori di Assad in Italia hanno avuto molti più spazi e visibilità rispetto ai sostenitori del governo perché i loro obiettivi corrispondevano a quelli dell’agenda politica occidentale, il fine condiviso era infatti quello di far cadere il governo siriano. In Italia abbiamo assistito a un improvviso capovolgimento nei rapporti con la Siria. Se solo nel 2010 Napolitano veniva in visita a Damasco per consegnare ad Assad un riconoscimento in quanto difensore di laicità e convivenza, un anno dopo è iniziato un bombardamento mediatico contro il governo siriano tale da spingere l’Italia a ritirare questo riconoscimento, anche su pressione della comunità musulmana italiana.
Io non ho preso parte alle mobilitazioni contro Assad perché in quanto siriano cresciuto in Italia mi ero reso conto di chi si celasse dietro queste iniziative. Le proteste in Italia non sono scoppiate all’improvviso ma venivano già pianificate prima della crisi. Io l’ho potuto toccare con mano. Già da anni, infatti, noi giovani siriani in Italia organizzavamo regolarmente delle cene per conoscerci a vicenda. In occasione di questi ritrovi iniziarono a formarsi dei gruppetti di persone che col tempo cominciarono a organizzare altre cene riservate solo ad alcuni, cioè a coloro che si opponevano ad Assad, dalle quali io venni escluso. Con lo scoppio della crisi quelle stesse persone sono diventate promotrici della guerra mediatica contro il governo siriano e hanno preso di mira quei connazionali che non si riconoscevano nella loro narrazione. Se veniva postato un video su youtube che contestava la veridicità delle loro notizie questo venivano subito segnalato e rimosso. Il mio profilo di facebook venne bloccato per diversi mesi, poi venne duplicato. Sul web venivo accusato, deriso e denigrato, veniva diffusa la notizia che lavoravo per i servizi segreti siriani e prendevo soldi dagli uomini di Assad per fare propaganda, cosa ovviamente non vera. Insomma, già prima della crisi esistevano in Italia dei gruppi organizzati e faziosi che hanno colto la palla al balzo per fare pressione contro la Siria.

A mobilitarsi contro Assad non sono stati solo i siriani di Italia ma anche molte iniziative civili, alcuni italiani e diversi esponenti non siriani della comunità musulmana. Che rapporti ci sono tra le comunità siriane e quelle musulmane in Italia?

La comunità musulmana in Italia è stata fondata e fatta crescere soprattutto da persone che negli anni ottanta fuggirono dall’Egitto e dalla Siria perché membri della Fratellanza Musulmana, che in Siria esplose in quegli anni e che veniva contrastata dalle autorità. Ancora oggi molti dei capi della comunità musulmana in Italia sono coloro che fuggirono dalla Siria negli anni 80 e che hanno pertanto una forte avversione per il governo. Così con lo scoppio della crisi la comunità musulmana ha iniziato un’incessante propaganda contro Assad capeggiata spesso dai figli dei suoi fondatori che hanno diffuso molte notizie false. Questi personaggi hanno mostrato di essere in grado di influenzare i gruppi musulmani d’Italia e hanno ottenuto appoggi sia di partiti che di esponenti politici molto influenti. Per esempio alcuni esponenti del Partito Democratico hanno oggi legami con personaggi legati alla Fratellanza Musulmana.

Sostiene dunque che le comunità siriane e musulmane in Italia non siano così laiche e indipendenti come spesso sostengono?

Non lo sono, è anche per questo che ho deciso di non aderire alle loro mobilitazioni e ho iniziato il mio attivismo indipendente a favore della Siria. Ricordo un giorno quando ebbi una conversazione con Aya Homsi, una nota attivista anti-Assad italo-siriana, che a seguito delle nostre vedute divergenti iniziò a minacciarmi: “Tu sei alauita, io ti ammazzo”. Non sono alauita e qualunque sia la mia fede sono prima di tutto siriano, la religione viene dopo. Dal loro punto di vista invece non è così. Anche se non lo danno a vedere in Italia c’è un certo settarismo, nascosto ma presente.

Pensa che in Italia questi gruppi, o alcuni di essi, vogliano rendere l’Islam una componente importante del Paese?

Ciò è evidente ed è già in atto, tant’è vero che è in corso il tentativo di formare un partito islamico italiano. I cambiamenti demografici lo mostrano poi con chiarezza, con un’Italia e un’Europa che fanno così pochi figli si va verso un’islamizzazione.

Come ha reagito il fronte anti-Assad italiano alla sua scelta di proporre un’altra narrazione della guerra in Siria?

Sono stato insultato, minacciato, fermato e identificato dalla Digos, accusato di essere un agente di Assad. Ricordo che una volta venni invitato a Bologna a testimoniare, in quanto siriano, cosa stava succedendo nel mio Paese. Dal pubblico un ragazzo continuava ad urlarmi “assassino, assassino”, la Digos però non fermò né identificò questa persona ma lo fece con me. Altri siriani avversi alla rivoluzione sono stati aggrediti e malmenati in un bar di Milano dalle stesse persone che insieme ai rappresentanti dell’Ucoii (Unione delle Comunità islamiche d’Italia ndr) organizzavano le manifestazioni contro Assad. Alcuni di questi individui, in seguito, sono partiti per la Siria per unirsi ai terroristi e combattere contro il governo. Tra questi c’è anche Ammar Bacha (http://bit.ly/2IuT8pJ), il marito della figlia del dottor Nour Dachan (http://bit.ly/2IrV8za) che al tempo era il presidente emerito dell’Ucoii e leader del Consiglio Nazionale Siriano (Cns ndr), l’opposizione siriana in esilio eterodiretta dall’Occidente, dalla Turchia e dalle Monarchie del Golfo. Bacha è venuto in Siria a combattere insieme a un altro italo-siriano di nome Haisam Omar Sakhanh, che in un primo momento fu uno dei leader delle manifestazioni anti-Assad in Italia e che partecipò all’assalto e alla devastazione dell’ambasciata siriana a Roma al grido di “Allah è grande”(http://bit.ly/2tNlOqF). Pochi mesi dopo venne fotografato in Siria (http://nyti.ms/2FUH56G) dal New York Times mentre partecipava ad un’esecuzione di massa in cui lui stesso fucilava dei soldati siriani considerati infedeli. Dopo essere fuggito come profugo in Svezia è stato arrestato e condannato all’ergastolo (http://nyti.ms/2lRSc72). Quando erano ancora in Italia questi personaggi manifestavano al fianco dei segretari dei più importanti partiti (http://bit.ly/2IpXFcY) e sono stati invitati a parlare su La Sette e su altri canali televisivi. Io denunciai subito queste cose ma la visibilità che venne data all’opposizione era maggiore non solo rispetto ai sostenitori del governo siriano ma anche a chi pur non essendo filo-Assad denunciava che nel proprio Paesi si stavano affermando i terroristi.

In che gruppi sono finiti gli italiani venuti in Siria per combattere Assad?

Soprattutto in gruppi legati alla Fratellanza Musulmana. In quello che veniva chiamato Esercito Libero Siriano, che era legato al Cns, e che dopo in molti casi è diventato al Nusra. Questi gruppi terroristici hanno legami con gli oppositori di Assad in Italia. Il caso che lo mostra meglio è quello di Greta e Vanessa, le due ragazze che sono venute in Siria per portare aiuti ai terroristi dalle quali poi sono state prese in ostaggio. Entrambe erano in contatto con gli oppositori siriani in Italia dai quali sono state spinte a fornire aiuti a combattenti schierati da una parte che non facevano nulla di pacifico. Pagando il loro riscatto lo Stato italiano ha dato ai terroristi soldi finiti a pagare armi e uccidere persone.

In Italia ci sono anche alcuni gruppi che durante la crisi hanno sostenuto il governo siriano.

Sì, gruppi che però non hanno alcun potere. Si tratta di Stato e Potenza, Comunisti Italiani, Forza Nuova, Casapound. Il Centrodestra e il Centro Sinistra sono invece sempre stati dalla parte dei terroristi.

Lei nel 2016 ha deciso di tornare a vivere in Siria. Cosa l’ha spinta a prendere questa scelta?

Lavoravo in Italia per una ditta di impianti ceramici come tecnico libero professionista e la pressione fiscale era soffocante. Subivo inoltre minacce e pressioni per la mia attività di informazione su quanto stava avvenendo in Siria, al contempo assistevo impotente allo Stato italiano che spendeva miliardi per liberare Greta e Vanessa andando così a finanziare chi uccide la mia gente e bombarda la mia casa di Damasco. Non me la sono sentita di rimare e sono andato a vivere in Spagna. Lì però ho subito una serie di aggressioni molto pesanti legate anche alla mia attività per la Siria. Mi sono rivolto alle autorità competenti per tutelarmi che però non mi hanno dato aiuto. Mi sono trovato da solo, non me la sentivo di tornare in Italia così sono tornato in Siria. Non era una questione di lavoro, tant’è vero che i primi dieci mesi qui sono stato disoccupato, poi ho trovato lavoro con un salario nettamente inferiore rispetto a quello di prima. Sono tornato in Siria per mettermi al riparo.

Si è sentito abbandonato dallo Stato italiano?

Purtroppo sì. Per me le Siria è come una madre e l’Italia come un padre. E vedere mio padre che promuove una campagna mediatica infamante nei confronti di mia madre, che si rifiutava di tutelarmi e che e aiuta invece i terroristi mi ha disilluso. Quando mi sono rifugiato in Siria ho notificato all’ambasciata competente quanto ho subito in Spagna ma le autorità italiane non hanno fatto nulla. Forse per persone come Greta e Vanessa si sarebbero mossi diversamente.

Come vede oggi il futuro della Siria? Il governo sostiene che l’appartenenza all’identità nazionale sia l’anticorpo per far si che si possa vivere la fede senza che ciò diventi l’anticamera per il settarismo su base religiosa.

Lo penso anche io. Nel 2002 venni a Damasco per imparare a scrivere l’arabo e gli amici che mi feci mi identificarono subito come l’italiano del gruppo. Eravamo un gruppo misto e nessuno si sarebbe mai sognato di chiedere all’altro di che religione fosse, non ci interessava proprio, prima di tutto eravamo siriani. Oggi, dopo lo scoppio della crisi, le persone si guardano con più diffidenza e si pongono domande circa l’appartenenza religiosa che prima erano impensabili.

La narrazione del governo siriano racconta che una volta finita la guerra e appena gli eserciti stranieri lasceranno il Paese tutto tornerà come prima. Io invece ho l’impressione che i siriani si sentano oggi più divisi e meno fiduciosi rispetto alle altre comunità.

Ci vorrà molto tempo, come molto ci è voluto per ricucire le ferite lasciate dalla conflittualità degli anni ottanta. Ricordo che nei primi anni del 2000 le persone anziane, quelle appunto che avevano vissuto la conflittualità con la Fratellanza Musulmana, erano ancora interessate a sapere di che religione si fosse, erano più diffidenti. Oggi chi ha vissuto la crisi siriana se la porterà dentro per decenni. Quello che è stato non finirà con la guerra, rimarrà un retaggio, sarà come una malattia dalla quale non si guarisce in un giorno, i sintomi dureranno decenni.

Come vede invece il futuro dell’Italia? Che peso avranno al suo interno le comunità che Lei in questa intervista ha denunciato?

Cercheranno di trovare più spazi. Come hanno sfruttato la crisi siriana quale occasione per crescere lo stesso faranno con l’arrivo dei flussi migratori. Oggi per un siriano è più facile arrivare in Italia illegalmente che in modo regolare. Gente colta, benestante e con tutte le carte in regola non riesce a ottenere il visto. La maggior parte delle persone che dalla Siria va in Europa è brava gente che fugge dalla guerra, sono presenti però anche terroristi ed estremisti islamici che vengono sui barconi tranquillamente e si infiltrano nella società e che sono il terreno più fertile per l’indottrinamento dei gruppi estremisti europei. Ci sono rischi per l’Italia e per tutta l’Europa.

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