Italia, l’interprete del ‘linguaggio mediterraneo’

A fine novembre del 2017 si è svolta la terza edizione del Forum Rome MED 2017–Mediterranean Dialogues, promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dall’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale. L’iniziativa era rivolta a saldare il ponte diplomatico che unisce le sponde del Mediterraneo e a discutere congiuntamente come organizzare un percorso condiviso riguardo le numerose sfide e altrettanto numerose opportunità di una regione che negli ultimi tempi è stata scossa da un dinamismo caratterizzato da eventi con ripercussioni globali

 

Sebbene la regione mediterranea sia una porzione geografica di dimensioni ridotte, essa costituisce il teatro dove negli ultimi anni si sono sviluppate le questioni più pressanti a livello di sicurezza globale: il lascito delle primavere arabe; gli sviluppi dell’accordo nucleare con l’Iran, il terrorismo e il dopo conflitto in Siria, la crisi umanitaria generata in Yemen, lo scontro tra Qatar da una parte e Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein dall’altra, nonché le rinnovate tensioni arabo- israeliane. Come ben noto, le ripercussioni di tali avvenimenti in altre zone del globo in termini di flussi migratori, emergenze umanitarie, attacchi terroristici e minacce alla sicurezza hanno portato la comunità internazionale ad esserne coinvolta, facendo convogliare i riflettori sulla regione MENA (Middle East and North Africa).

Ed ecco dunque spiegato il successo dell’iniziativa i cui temi in agenda riguardavano specialmente i nuovi equilibri nell’area mediterranea, le politiche di sicurezza comune, la lotta al terrorismo, le nuove strategie per la gestione dei flussi migratori, l’energia e il commercio internazionale e che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti governativi italiani e stranieri, tra cui Presidenti, Primi Ministri, Ministri, uomini del mondo della finanza e imprenditori, enti e organizzazioni internazionali nonché studiosi ed esperti provenienti da circa 56 Paesi, indice di quanto il progetto sia stato condiviso e sostenuto internazionalmente.

Il ruolo dell’Italia

L’Italia in Med 2017 ha svolto il ruolo di anfitrione, un ruolo che d’altronde le si addice perfettamente dato che l’interesse italiano verso l’area mediterranea è una direttrice della storia del nostro Paese, un interesse rimasto solido anche quando l’attenzione del mondo si concentrava sulle sponde dell’Atlantico prima e del Pacifico poi.

In questo ambito infatti la nostra politica estera ha da sempre dimostrato il maggior spirito d’iniziativa, sia a livello di singola nazione sia in coalizioni di Stati o tramite organismi internazionali. Numerosi sono gli eventi che si possono richiamare alla memoria e l’excursus storico proposto si prefigge di ripercorrerne cronologicamente i più rilevanti ma, per far ciò, occorre innanzitutto chiarire cosa si intenda per area mediterranea visto che il concetto risulta più ampio di quello che si potrebbe pensare.

L’area mediterranea

Cartina politica dell’area mediterranea oggi

Con ‘area mediterranea’ vengono indicati non strettamente i Paesi che si affacciano direttamente sul Mar Mediterraneo ma sempre di più anche quelli situati nelle sue vicinanze, poiché ci troviamo in un mondo interconnesso e metaforicamente “rimpicciolito” dagli sviluppi della tecnologia e delle infrastrutture.
Dunque stiamo parlando non solo degli Stati Europei e Africani bagnati dalle sue acque ma anche dei Balcani, del Medio Oriente, del Golfo Persico tutti, nonché di quella striscia di terra che dall’Africa Occidentale percorre il Sahel fino al Golfo di Aden.

Chiarito ciò, si può affermare che l’interesse italiano per questa regione non ha tardato che pochi anni dall’Unificazione nazionale a manifestarsi. Difatti, le prime iniziative diplomatiche del neo Stato italiano avevano come obiettivo l’affermazione dell’influenza italiana nel Mediterraneo: la Triplice Alleanza (1882) coinvolgeva l’Italia nel destino dei Paesi balcanici, una connessione che rimarrà indissolubile fino ai tempi nostri, mentre gli accordi mediterranei con la Gran Bretagna nel 1887 sottolineavano il ruolo fondamentale e imprescindibile del nostro Paese negli equilibri dell’area. Ciò nonostante durante gli anni ’80 del XIX secolo si era in un’epoca in cui i possedimenti territoriali erano determinanti della potenza internazionale degli Stati europei, e quindi l’Italia decise ben presto di affiancare allo strumento politico dell’accordo internazionale quello militare nell’opera di espansione dei propri interessi all’estero, iniziando così la sua avventura imperiale. L’ingloriosa sconfitta dei soldati italiani ad Adua in Etiopia nel 1896 mise tuttavia un momentaneo freno alle ambizioni italiche, contrassegnando la fine della prima fase espansionistica italiana che aveva comunque consentito di definire Eritrea e Somalia possedimenti d’oltremare.

Nel periodo di fermo, l’attivismo imperiale francese, che portò i nostri cugini d’oltralpe a impossessarsi di Tunisia prima e Marocco poi, creò gravi tensioni con l’Italia che si affrettò quindi a riprendere, all’alba dello scoppio della I Guerra Mondiale, la conquista territoriale in Tripolitania e Cirenaica, due regioni libiche sotto occupazione ottomana. Tale iniziativa si concluse con il Trattato di Losanna dell’ottobre 1912 stipulato con il califfo del tempo, il quale sancì il controllo dell’Italia sulla Tripolitania, oltre che sulle isole del Dodecaneso, dando inizio alla presenza italiana in Libia. Nemmeno durante la Grande Guerra le ambizioni mediterranee furono lasciate da parte, tutt’altro, la diplomazia italiana fece in modo infatti che queste fossero sancite dall’Accordo di San Giovanni di Moriana, stipulato con le potenze alleate, che configurava i termini di un accordo commerciale poiché in cambio dell’assistenza militare italiana si strappava la promessa di ottenere a fine guerra influenza su ulteriori ambìti territori d’oltremare; ciò fu peraltro emblematico di come l’insistente interesse italiano verso le sponde mediterranee in più fasi storiche si sia configurato in più fasi storiche come una pretesa e quasi un diritto a esservi presenti.

Il periodo fascista

Durante la Grande Guerra si delinearono inoltre le prime ambizioni italiane sull’Albania, ambizioni che per concretizzarsi avrebbero dovuto aspettare l’epoca del Duce. Fu difatti durante il ventennio fascista (1922-1942) che l’Italia si costituì Impero e durante tale periodo Mussolini, successivamente alle atrocità commesse per consolidare i domini italiani in territorio africano, si determinò infine a dare un volto nuovo alla politica mediterranea italiana con iniziative favorevoli agli arabi libici, detti “Musulmani Italiani della Quarta Sponda d’Italia”, costruendo villaggi con moschee, scuole e ospedali a essi destinati.

Il dittatore, brandendo la spada dell’Islam e autoproclamandosi protettore della religione islamica, si mostrò così quale interlocutore occidentale delle istanze arabe differenziandosi invece dalle altre due potenze europee presenti sulle coste del Mar Mediterraneo, Francia e Gran Bretagna. Verso di esse infatti sia gli italiani sia gli arabi nutrivano sentimenti di rivalsa in quanto entrambe ree di non aver fatto sufficienti pressioni sul potente alleato americano per sancire nei trattati conclusivi della I Guerra Mondiale, non solo le richieste territoriali italiane previamente avallate ma anche la rinomata promessa fatta al popolo arabo di farsi vassalli e promotori della nascita di un Grande Stato Arabo a fine guerra (promessa che fu fatta per convincere le genti arabe ad assistere francesi e inglesi nella lotta contro il “morente” Impero Ottomano).

Dunque, fu il dittatore italiano solo a far raggiungere all’Impero italico la sua massima espansione nel 1939. L’Impero Coloniale Italiano si costituiva allora di Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia, Albania, isole del Dodecaneso, Dalmazia e città di Tientsin in Cina. Inoltre, nel primo anno della seconda guerra mondiale, si ebbe un’ulteriore e fugace espansione italiana con la conquista dell’Egitto occidentale, della Somalia britannica (Somaliland), del Kenia orientale, di parte del Sudan, di tutta la costa adriatica della Yugoslavia, del Kosovo e del Montenegro. Era poi stabilita l’annessione all’Impero anche di circa i tre quarti della Grecia, occupata militarmente dalle truppe Italo-Tedesche agli inizi della II Guerra Mondiale. La linea d’azione era chiara, l’Italia era concentrata a soddisfare le proprie velleità nazionaliste nei confini del suo naturale ambito d’azione: il mare nostrum, senza volersi spingere oltre.

Il periodo post bellico

Gli esiti della Seconda Guerra Mondiale furono ingloriosi per l’Italia e se da una parte infransero l’italico sogno di unire politicamente le popolazioni mediterranee in un Impero ricalcando le orme degli antichi Romani, dall’altra aprirono spiragli per un’unione diplomatica basata sul dialogo e sull’ascolto: prese così avvio la ‘diplomazia dell’amicizia’, come la definisce lo storico Matteo Pizzigallo.

Difatti il laccio di dominazione politica era stato spezzato dalla punizione inflitta all’Italia dai vincitori che la obbligarono a essere uno tra i primi Stati a rinunciare alle proprie colonie in nome dell’autodeterminazione dei popoli, ciò nonostante il Paese fece di questa sopraggiunta debolezza un punto di forza: era libera dal “fardello coloniale” e in quanto tale poteva proporsi quale interlocutore imparziale se non amico delle Nazioni occupate, questo poiché in maniera lungimirante la classe politica italiana aveva considerato come ormai ineludibile il processo di decolonizzazione iniziato negli anni ’50.

Tale mossa avrebbe favorito le politiche economiche italiane rendendole più efficaci di quelle di altri Paesi soprattutto dopo che la crisi di Suez nel 1956 mise in luce la crescente dipendenza europea dal petrolio del Medio Oriente; emblematica è in questo senso l’azione del Presidente dell’Eni, Enrico Mattei, il quale diede una spinta alle relazioni con i Paesi arabi tramite accordi vantaggiosi per entrambe le parti, a differenza della politica dispotica delle Sette Sorelle americane, e portò la classe diplomatica italiana a supportarne l’azione stringendo legami di reciproca stima con le classi dirigenti di vari Paesi mediterranei.

Gli anni che vanno dal 1963 al 1976 videro poi la scena politica italiana dominata dal democristiano Aldo Moro che mostrò un’attenzione particolare alle vicende dell’area e continuò il percorso di dialogo anche con interlocutori considerati inaccettabili dalle nazioni del blocco occidentale quali Arafat, leader dell’OLP (Organizzazione di Liberazione della Palestina), e Nasser, il nazionalista e burrascoso Presidente egiziano. Tramite il primo si giunse al cosiddetto “lodo Moro”, con cui si indica un discusso accordo verbale intercorso tra governo italiano e movimento di liberazione della Palestina per il quale l’Italia concedeva il passaggio di armi sul proprio territorio in cambio dall’essere esentata da eventuali attacchi terroristici. Mentre con il secondo si instaurò un rapporto di collaborazione reciproca: Moro si propose come mediatore tra Egitto e blocco Occidentale e Nasser divenne il mediatore degli interessi italiani verso la Libia di Gheddafi.

Soldati italiani durante la missione del 1982 in Libano

Negli anni ’70 poi Andreotti trattò con il cosiddetto “fronte del rifiuto”, volando da Assad in Siria e da Saddam Hussein in Iraq e fu d’altronde lo stesso Andreotti a giustificare la propria linea d’azione scrivendo: “Siamo un Paese mediterraneo e dobbiamo avere comprensione per i nostri vicini”. Nel 1983 Andreotti assunse la carica di Ministro degli affari esteri nel primo governo Craxi, incarico che mantenne nei successivi governi fino al 1989. E’ durante questi anni che la politica filo-araba dell’Italia si fece sempre più solida e si mostrò al mondo, come ne è esempio la missione italiana in Libano nel 1982, che, grazie alla relazione di reciproca fiducia tra i due paesi mediterranei, non accusò vittime a differenza dei corpi militari francesi e americani e contribuì a rafforzare l’immagine dei soldati italiani che fino ad allora era stata spesso oggetto di beffa da parte della stampa internazionale. Altro esempio è la vicenda dell’Achille Lauro nel 1985 che vide il Paese contrapporsi frontalmente al suo grande alleato americano in momenti di forte tensione diplomatica tra Italia e Stati Uniti, un braccio di ferro che si concluse con una vittoria italiana e che diede finalmente l’impressione al pubblico interno ed estero di un’Italia capace di prendere una posizione autonoma nello scacchiere internazionale. Si possono infine citare sia l’episodio che vide protagonista lo stesso Primo Ministro italiano Bettino Craxi, che paragonò Abu Abbas a Mazzini, sia la discussa frase del Ministro degli Esteri Andreotti riguardo al fatto che se fosse nato in un campo profughi libanese sarebbe probabilmente divenuto anch’egli un terrorista. Tutti eventi che mostrano come il nostro Paese avesse l’orecchio teso ad ascoltare le istanze di chi condivideva con noi Mare e cultura anche se questo poteva portare ad assumere posizioni parzialmente in contrasto con i capisaldi della politica estera italiana, ovvero l’europeismo e il neo-atlantismo.

Queste sono, in pillole, le radici storiche dei rapporti tra l’Italia fino alla Seconda Repubblica e un’area come quella del Mediterraneo di indubbia importanza nello scacchiere della politica estera di Roma, ieri come oggi. D’altronde il giovane Paolo Emilio Taviani (ndr politico, storico ed economista italiano) in un appassionato discorso del 1951, disse: “Si incontrano sul Mediterraneo: L’Europa cristiana e l’Islam. Di tale incontro l’Italia è certo uno dei principali protagonisti e talvolta addirittura l’interprete. Essa appartiene all’Europa. Ma è l’Europa che getta l’Italia come un ponte sul mare verso il Levante. Così intendiamo la nostra coscienza mediterranea. Gli ideali e gli interessi mediterranei del popolo italiano come ideali e interessi di pace, di progresso e di concordia fra i due mondi che su questo mare si incontrano e, nel comune riconoscimento dei più profondi valori umani, si sentono vicini e fratelli”.

Italia e Levante

Questa comunanza e condivisione di storia e cultura tra le due sponde del Mediterraneo si contrappone invece al divario economico e politico invece esistente tra di esse pur facilitando la collocazione in prima linea del nostro Paese perseguendo tale obiettivo tramite politiche di investimenti, scambi commerciali e tecnologici, protezione umanitaria, lotta alla radicalizzazione e così via.

Infatti l’Italia può vantare di conoscere il “linguaggio mediterraneo” meglio di altri e con questo dialogare in un’area che vede Europa, Africa e Asia incontrarsi.

Certo è tuttavia che non si può pensare che in un mondo complesso e interconnesso come quello odierno questo ruolo possa essere esercitato in esclusiva da una singola nazione, può essere sì fatto in maniera preponderante e propositiva certamente non in solitaria. E questo ragionamento si rivolge soprattutto ai Paesi dell’Unione Europea i quali dovranno prima o poi prendere coscienza del fatto che, come diceva Aldo Moro, “a nessuno è richiesto di scegliere se appartenere all’Europa o appartenere al Mediterraneo dato che l’Europa tutta è nel Mediterraneo”. Ignorare questa verità è un segno di cecità strategica mentre l’esserne consapevoli è un prerequisito per rendere l’Unione Europea sempre più un attore globale capace di contribuire alla definizione di un nuovo assetto regionale dove il Mediterraneo abbia una reale prospettiva di sicurezza e sviluppo.

L’articolo che farà seguito a questo tratterà delle relazioni dell’Italia con i Paesi del Mediterraneo in termini di sicurezza, cooperazione allo sviluppo, economia e cultura.

 

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