Armi, welfare, soldi iraniani ed educazione religiosa. Così Hezbollah si radica in Siria

Uscendo da Damasco in direzione sud si entra in un rione dove atmosfera, colori ed equilibri sono diversi rispetto al resto della Siria. I giovanissimi soldati che fermano le macchine ai posti di blocco in entrata non indossano le divise dell’esercito arabo siriano, le toppe cucite sulle loro giacche sono invece di colore giallo e raffigurano il pianeta terra sovrastato da un kalashnikov. Sotto di esse si legge una scritta: “In verità avrà la vittoria il Partito di Dio”

Stiamo entrando a Sayddah Zaynab, sobborgo dove le milizie sciite di Hezbollah, iraniane, afghane e pakistane giunte in Siria per dare manforte a Bashar al Assad si sono profondamente radicate fino a prendere il controllo di questa fetta di territorio. Al centro del quartiere, infatti, campeggia l’imponente mausoleo di Zaynab, figlia dell’imam Ali e nipote di Maometto, venerata dagli sciiti come se fosse una santa. Quando nel 2013 le truppe dei ribelli sunniti si avvicinarono a questi luoghi sacri minacciandone la distruzione intervennero militarmente Hezbollah e gli iraniani per garantirne la protezione. Oggi il mausoleo è salvo, la presenza delle milizie sciite intorno a esso ha però profondamente cambiato l’amministrazione di queste zone che sono di fatto state sottratte alla giurisdizione del governo siriano. Hezbollah sta infatti incrementando la propria presenza sul territorio sia sul piano militare che su quello sociale, assistenziale, economico ed educativo-religioso.

All’interno del mausoleo rieccheggiano i canti lamentosi dei fedeli in preghiera inginocchiati intorno alla salma di Zaynab. Uomini da un lato, donne dall’altro; imam con turbanti sul capo e soldati con divise militari. Afghani, pakistani, iraniani, siriani, libanesi, iracheni, europei. Persone giunte da tutto il mondo in pellegrinaggio o per combattere il jihad contro il terrorismo. Spesso per entrambe le cose. Inginocchiato intorno al sarcofago c’è anche Al Nasri, suprema guida religiosa persiana inviata da Khamenei come suo plenipotenziario per rafforzare i legami spirituali tra Tehran e Damasco. Quando, terminata la preghiera, Al Nasri si alza ed esce dalla moschea i cittadini per le strade lo ossequiano, lo salutano, lo ringraziano. Le strette vie intorno al mausoleo brulicano di persone, di mercati, di negozi, di interminabili cimiteri in cui riposano migliaia di giovani martiri caduti in questa guerra. Tra le lapidi ondeggiano i veli delle donne che depositano sulle tombe fiori, omaggi e copie del Corano. I caduti sono spesso i loro stessi figli.

Gran parte degli abitanti del rione è di religione sciita. Prima della guerra non era così. Da quando gli iraniani e Hezbollah hanno preso il controllo del territorio, però, essi hanno favorito la convergenza di decine di migliaia di sciiti provenienti da tutta la Siria e in fuga dalla persecuzione dei terroristi. E’ il caso di Fadi Hasan, poco più di 30 anni, miliziano siriano di Hezbollah proveniente dalla città di Busra al Sham, nel sud del Paese. Quando nel 2011 scoppiò la rivolta gli sciiti di Busra al Sham non presero inizialmente posizione né con il governo né coi ribelli. Questi ultimi, però, dopo poco tempo giurarono fedeltà ad al Qaeda iniziando ad attaccare e uccidere gli infedeli. Per Fadi e la sua comunità non vi fu altra scelta possibile: gli sciiti imbracciarono le armi e iniziarono a difendere le proprie case e le proprie donne dai terroristi. La situazione era però difficile. Male armati e privi di rifornimenti sarebbero stati rapidamente sconfitti se in quel momento non fosse intervenuto in loro aiuto Hezbollah. Il Partito di Dio iniziò a inviare dal Libano armi, medicinali, soldi e aiuti logistici creando così un vincolo di fedeltà e di gratitudine con i propri fratelli di fede siriani che prima di allora non appartenevano ufficialmente al movimento di Nasrallah. Così facendo Hezbollah ha affiliato a sé le comunità sciite della Siria.

Da quel momento il Partito di Dio ha iniziato a invitare i giovani sciiti siriani in Libano per ospitarli in campi di addestramento militare, che negli ultimi anni sono stati aperti anche nella stessa Siria, per poi farli rimpatriare a combattere. Tutto ciò non è stato però sufficiente per difendere Busra al Sham. Nel 2015 la città è caduta sotto il controllo di al Qaeda e gli sciiti sono dovuti fuggire. Hezbollah ha favorito allora la loro convergenza verso Sayddah Zaynab garantendo loro case, salari, lavori, assistenza sociale, istruzione e protezione.

Fadi è uno di loro. Dopo aver combattuto nella sua città natale lavora oggi per la Fondazione dei Martiri di Sayddah Zaynab, che assiste per conto di Hezbollah le famiglie di chi ha perso un proprio membro in guerra, sostenendo così di fatto quasi tutti gli sciiti del rione. Ma da dove vengono i soldi per tutto ciò? Dall’Iran, spiega.

Il ruolo di Hezbollah

“L’Iran è la fonte, Hezbollah il mezzo” racconta Fadi. “Così come Hezbollah ha iniziato a penetrare la società libanese con i soldi iraniani oggi lo sta facendo analogamente qui in Siria”. Questo modus operandi rispecchia la weltanschauung del Partito di Dio che non è solo un’organizzazione militare ma crede nel bisogno di costruire una società di resistenza da opporre ai progetti di espansione di Israele e dei suoi alleati. Iniziando in Libano sotto forma di milizia paramilitare che combatteva i sionisti, oggi è il partito più forte al governo di Beirut. Iniziando ora a radicarsi in Siria sotto forma di movimento paramilitare e sociale che combatte quei ribelli considerati organici ai disegni degli israeliani ci si domanda se un domani potrebbe diventare un importante partito politico anche qui. “Non lo sappiamo” risponde Fadi “tutto è possibile”.

Ciò che è certo è che Hezbollah è oggi già parte della società siriana. Gran parte dei suoi miliziani presenti sul territorio non è infatti straniera bensì sciita siriana e anche quando la guerra dovesse finire rimarranno in Siria pur mantenendosi legati al Partito di Dio da nodi spirituali, militari ed economici. “Noi sciiti stiamo dando il sangue per questo Paese” racconta Fadi, “amiamo la nostra patria, il nostro futuro è qui”.

Nella stessa palazzina in cui si trovano gli uffici della Fondazione per i Martiri di Sayddah Zaynab ha sede anche un’altra fondazione chiamata Jihad al Binaa, diramazione locale di una bonyad iraniana, organizzazione legata a doppio filo ai mullah che elargisce posti di lavoro, borse di studio, alloggi popolari, assistenza sanitaria, scuole e sussidi. Solo in questo quartiere educa e dà da vivere a migliaia di cittadini gestendone anime e finanze e intrecciandone la vita sociale con quella religiosa. Tutte queste fondazioni hanno creato un sistema di welfare parallelo a quello dello Stato siriano, il quale difficilmente riuscirebbe a tamponare l’ipotetica partenza degli iraniani e dei loro soldi. Basti pensare che gli stipendi che percepiscono oggi i soldati di Hezbollah superano di nove volte quelli dell’esercito di Assad. “La gente del quartiere ha paura del futuro” spiega Fadi, “sa che una volta finita la guerra per la libertà potrebbe iniziare quella per i soldi”. Un’improvvisa ritirata delle milizie sciite e del sistema assistenziale a loro legato rischierebbe di lasciare questa periferia allo Stato brado.

La partenza degli iraniani e di Hezbollah una volta che la guerra in Siria sarà finita è però altamente improbabile. In primo luogo perché la sicurezza tanto del Libano quanto dell’Iran passano dalla difesa dei rispettivi interessi in Siria; in secondo luogo perché, dopo aver dato il sangue in questa guerra, iraniani e libanesi vorranno certamente raccogliere i vantaggi della vittoria; ma soprattutto perché il governo di Assad difficilmente potrà rinunciare alla loro presenza sia in termini militari (le milizie sciite controllano zone strategiche nell’Est della capitale a ridosso del Ghouta e dell’aeroporto di Damasco), che in termini economici ma soprattutto in termini di legittimazione spirituale.

Scenari post bellici in Siria

Sì, perché la principale sfida che aspetta Assad dopo la guerra è quella di ricucire una società frammentata e divisa, mirando a essere riconosciuto come legittimo presidente da tutte le comunità etniche e confessionali che compongono la Siria. Un problema non nuovo nel quale era incappato anche suo padre Hafez quando nel 1973 aveva fatto approvare una nuova costituzione che separava Stato e religione e cancellava ogni aderenza dello Stato all’Islam. Per questo i sunniti siriani avevano fatto scoppiare una rivolta accusando Assad e il suo clan degli alauiti di eresia. Paradossalmente il governo laico di Damasco si trovava in quel momento ad avere bisogno di una consacrazione religiosa per placare gli animi. Questa arrivò dall’imam libanese sciita Musa al-Sadr, uno dei padri spirituali di Hezbollah. Abile politico e prestigiosa autorità religiosa, al-Sadr soccorse Assad riconoscendo ufficialmente gli alauiti come corrente dello sciismo e conferendo così al rais siriano la legittimazione religiosa che gli mancava. Tale mossa spense le proteste dei sunniti e segnò l’inizio dell’alleanza ancora esistente tra Damasco e Tehran.


Oggi, a più di 40 anni di distanza, la sfida è sempre la stessa. In un mondo in cui religione e politica si intrecciano e si confondono Bashar al Assad si trova ad affrontare problemi di legittimazione analoghi a quelli del padre. Hezbollah e le sue guide, in quanto eredi degli insegnamenti di Musa al-Sadr, risultano essere non soltanto forze militari e sociali presenti in Siria ma anche autorità in grado di conferire legittimità spirituale al presidente siriano di fronte al suo popolo.
Welfare, armi e spiritualità. Ecco il pacchetto completo pagato dall’Iran che Hezbollah offre alla Siria. Che, così facendo, è sempre più legata a Tehran. Con implicazioni belliche e geopolitiche non indifferenti, soprattutto data la sua vicinanza geografica con Israele.

 

 

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