Erdogan, risorsa o minaccia per l’Europa?

Il presidente turco sta sfruttando la configurazione sempre più multipolare del globo per svincolarsi dagli interessi americani. Rafforzando le istituzioni democratiche del suo Paese è riuscito a reintrodurre l’Islam nella vita pubblica della Turchia e a fare delle religione uno strumento di politica estera. Che interessa direttamente tutto l’Occidente

 

C’è un’amara barzelletta che i curdi raccontano spesso. “Se un curdo e un turco vengono condannati insieme a morte il primo chiederà come ultimo desiderio di poter rivedere per un’ultima volta la propria madre. Il turco a quel punto come ultimo desiderio chiederà che al curdo venga impedito di rivedere la madre”. Questo triste umorismo, che ben esprime una profonda e irrazionale inimicizia, evidenzia vicende geopolitiche che evadono nettamente la mera contrapposizione regionale tra Turchia e milizie curde. Il recente attacco da parte delle truppe di Ankara contro il cantone curdo di Afrin, in Siria, è anche e soprattutto una resa dei conti che si sta consumando all’interno dell’Alleanza Atlantica.

Miliziane curde sul fronte anti Isis

La Turchia, membro della Nato e per decenni alleato di ferro di Washington in funzione anti-comunista, aggredisce oggi i curdi armati dagli americani e funzionali ai loro interessi nella regione.
Ad Ankara, inoltre, governa oggi un esecutivo islamico e nazionalista che promuove una sintesi tra nazionalismo turco e fede religiosa e che mal sopporta le ingerenze americane nel Medio Oriente. Sfruttando la configurazione sempre più multipolare del globo la Turchia sta tentando di porsi come un attore indipendente nel Mediterraneo, ricalibrando gli equilibri politici e ricalcando disegni che ad alcuni analisti ricordano quelli dell’impero ottomano.

Rappresenta la Turchia una minaccia per la sicurezza dell’Europa e dell’Occidente? Che ruolo ha il suo governo nella diffusione del radicalismo islamico?

Per rispondere è necessario prendere in esame le profonde contraddizioni di questa nazione. Una nazione autoritaria ma dalle strutture democratiche, laica ma fortemente islamizzata, religiosa e nazionalista, moderna e ortodossa.

La radice laica della Turchia è figlia della volontà del suo padre fondatore: Kemal Ataturk. Che, a seguito dello sgretolamento dell’impero ottomano, si mise alla testa dei turchi per creare una nazione su modello occidentale: moderna, secolarizzata, democratica, nazionalista e sovrana. Per farlo abolì le desuete strutture ottomane – che concentravano nel sultano sia il potere temporale che quello spirituale – e tentò di eliminare la presenza della religione dalla vita pubblica. Abolì il califfato, chiuse le corti islamiche e fondò il Diyanet, il Ministero per gli Affari Religiosi, che divenne titolare dell’amministrazione del potere spirituale e che dipendeva e dipende tutt’ora dal primo ministro. La Turchia doveva dunque essere una democrazia in cui la religione fosse subordinata a istituzioni laiche.

Il problema è che laicità non coincide per forza con democrazia. Almeno non in Turchia, dove ad ogni apertura in senso democratico è finora corrisposta l’affermazione dell’Islam politico. L’origine di ciò sta soprattutto nella profonda penetrazione dentro la società di confraternite islamiche in grado di influenzare e controllare le masse popolari e interi settori professionali. Tra queste le più importanti sono la Naksibendi e la Nurcu. La prima ha formato culturalmente il leader islamista Nemecttin Erbakan e il suo figlio politico Recep Tayyp Erdogan, la seconda ha tra i suoi seguaci Fethullah Gulen.

L’introduzione del sistema multipartitico nel 1945 ha reso le confraternite nelle condizioni di avere un peso politico decisivo. Orientando voti e facendo veri e propri endorsement politici hanno favorito l’ascesa nelle istituzioni di persone propense a reintrodurre la religione, quindi l’Islam, nella vita pubblica e nell’agenda governativa. Così mentre da un lato si sviluppava una upper class urbana laica e orientata verso il modello occidentale, dall’altra trovava sempre più rappresentazione quel popolo che chiedeva la riapertura delle moschee, la reintroduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole e la distribuzione delle copie del Corano.

La storia della Turchia è la storia di un Paese diviso segnato dalla ripetuta affermazione dell’Islam politico attraverso mezzi democratici che viene soppresso dall’esercito in nome della laicità. I golpe militari di questo tipo sono stati 4. Nel 1960 i militari intervennero per scongiurare l’affermazione di gruppi islamisti radicali e violenti. Nel 1971 per porre fine ai continui scontri tra estrema sinistra marxista (e filo-curda) e i nazionalisti in un momento in cui l’Islam veniva ormai considerato come un elemento cardine del carattere nazionale turco. Nel 1980 l’esercito intervenne per scongiurare l’emulazione della rivoluzione islamica appena avvenuta in Iran. Nel 1997 per deporre il potere conquistato democraticamente dall’islamista Erbakan dopo il susseguirsi di manifestazioni inneggianti a Hamas, a Hezbollah e all’introduzione della sharia.

Così quando nei primi anni 2000 salì al potere il leader islamico Erdogan questi per rafforzare la propria posizione di potere non fece altro che attuare riforme in senso democratico che rimuovessero i mezzi in mano ai militari e alla magistratura per eventualmente destituirlo. Abolì i tribunali politici che venivano utilizzati per perseguitare islamisti, comunisti e movimenti curdi, avviò negoziati di pace con il PKK, aprì il dialogo alle minoranze religiose favorendo la partecipazione di tutte le fedi alla vita pubblica. Così facendo ottenne molti consensi in Occidente ma al contempo rimosse molti ostacoli che limitavano l’azione degli ambienti islamico-sunniti. La Turchia si avviava così a diventare un Paese effettivamente più laico, democratico e degno dell’ingresso nella Ue ma anche in cui l’Islam era libero di affermarsi come religione di Stato. Se formalmente tutte le religioni hanno ottenuto pari accesso alla vita pubblica, lo scarso radicamento delle minoranze ha fatto sì che solo l’Islam sunnita si sia veramente affermato come forza politica.

Erdogan nel giro di pochi anni è riuscito a cristallizzare la sintesi tra nazionalismo turco e Islam sunnita in nome della laicità e della democrazia. Un nazionalismo islamico che, come tale, ha iniziato a rivendicare maggiore autonomia da Stati Uniti ed Europa, facendo leva sulla conformazione sempre più multipolare del globo.

Con la fine della Guerra Fredda, infatti, per Ankara è venuta a meno la necessità di sottostare all’ombrello di protezione americano e, a partire soprattutto dal 2009, ha iniziato a promuovere una strategia in politica estera che concepisce la Turchia come una potenza regionale indipendente e sovrana. Questa strategia, chiamata della “profondità strategica”, è stata teorizzata da Ahmet Davutoglu, ex ministro degli esteri e braccio destro di Erdogan. Secondo Davutoglu la caduta del comunismo ha ridotto notevolmente l’importanza della Turchia all’interno dell’Alleanza Atlantica, Ankara deve trovare dunque una propria via indipendentemente dagli interessi americani. Facendo leva sulla sua storia e sulla sua posizione geografica il Paese deve porsi come punto di riferimento per tutti quei popoli turcofoni e sunniti che vivono al di fuori delle proprie frontiere per creare un nuovo ordine indipendente da ogni influenza esterna e guidato da Ankara. Secondo Behlul Ozkan, che di Davutoglu è stato studente, si tratta di una strategia non neo-ottomana bensì panislamista che utilizza l’Islam per raggiungere i suoi obiettivi di politica internazionale.

Il nuovo protagonismo sovranista turco, dunque, non poteva non scontrarsi con la presenza americana in Medio Oriente. Nonostante l’alleanza formale tra Ankara e Washington permanga è dal 2011 che i due Paesi continuano ad avere grosse frizioni. Erdogan ha rifiutato di partecipare ai bombardamenti sulla Libia, ha condannato il colpo di stato di Sisi in Egitto – accettato invece dal Pentagono – è intervenuto nella guerra in Siria rifiutandosi però fino all’ultimo di difendere Kobane dall’Isis nonostante le richieste americane, ha utilizzato i flussi migratori come strumento di pressione nel confronti della Ue e della Germania, ha accusato gli Usa di aver sponsorizzato il tentato golpe gulenista, si è elevato a difensore dei palestinesi contro Trump, ha messo da parte i contrasti con la Russia per ammiccare a Putin. Attaccando i curdi di Afrin, e sancendo così una nuova definitiva rottura con il PKK, ha aperto un ulteriore terreno di scontro con gli americani che potrebbe segnare un punto di non ritorno.

Bombardamenti a Kobane, città siriana al confine con la Turchia, assediata dall’Isis nel 2014

Sì, perché la geopolitica è soltanto la conseguenza di un processo sociale e religioso che mette in forte dubbio l’immaginario collettivo che si aveva della Turchia di Ataturk. L’immagine di una nazione composta da musulmani nel credo ma laici nella vita quotidiana in cui la religione non influenzi minimamente gli orientamenti politici. Già dagli anni 50 dietro questa visione si celava una realtà molto più tesa in cui erano ampie fette delle stesse fasce popolari a spingere per il ritorno all’ortodossia, alla persecuzione delle minoranze (le aggressioni di massa, le distruzioni delle chiese e l’uccisione di uomini di altre fedi si sono purtroppo ripetute nel 900 turco) e alla reintroduzione dell’Islam in politica. Sono le stesse masse popolari che hanno democraticamente spinto Erdogan al potere, che lo hanno sostenuto per le strade in occasione del tentato golpe gulenista nel 2016. Sono sempre le masse di turchi all’estero, soprattutto in Germania, che sono scesi per le strade a manifestare sostegno al proprio presidente.

Una conseguenza del nazionalismo islamico di Erdogan è la rivendicazione di sovranità sui cittadini turchi e musulmani residenti in Europa (http://www.resetdoc.org/story/is-germany-living-a-new-political-and-cultural-scenario/). Un ulteriore raffreddamento, se non una rottura, nei rapporti con l’Occidente rischia di polarizzare ancora di più la situazione generando in Europa una distanza tra cittadini, tra i cittadini turchi e musulmani e non, rischiando di porre le basi per uno scontro sociale che si è già verificato recentemente in diverse occasioni in Germania, dove gruppi di persone turche si sono scontrate fisicamente con manifestanti pro curdi.

Manifestazione pro Erdogan di cittadini turchi a Colonia, in Germania.

Un altro rischio è rappresentato dalle possibili tensioni interne in Turchia tra le masse popolari che sostengono il proprio presidente e quelle elites occidentalizzate che si sentono sempre meno rappresentate ma anche dalle ostilità di parte della popolazione nei confronti dei giornali critici nei confronti del governo. Come già avvenuto alla redazione del giornale di opposizione Cumhuriet (http://espresso.repubblica.it/internazionale/2015/11/20/news/cosi-erdogan-sta-distruggendo-la-turchia-e-pagano-le-donne-e-i-giornalisti-1.240233), assaltata dalla folla inferocita dopo aver pubblicato le vignette di Charlie Hebdo. Una situazione difficile che rischia di rendere ancora più rischioso il lavoro di molti giornalisti imprigionati con l’accusa di essere spie o sostenitori di Gulen.

Se oggi Erdogan è un dittatore, allora lo era anche quando fu fortemente alleato di Ue e Stati Uniti. Oggi che questa alleanza è in crisi il presidente turco sta alzando i toni della contrapposizione, accusando l’occidente di complicità con il terrorismo e con i nemici della Turchia. Ricevendo condanne da tutto il mondo ma forte del sostegno di una netta maggioranza del proprio popolo che, per convinzione o per mancanza di alternative, è ora più al suo fianco che mai.

 

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