“Senza finanziatori i terroristi avranno più difficoltà. Ma non verranno sconfitti”

Intervista all’imprenditore ticinese del settore sicurezza Stefano Piazza

Stefano Piazza, a quando risalgono le origini del terrorismo islamico nel mondo occidentale?

Stefano Piazza

E’ un problema che l’Occidente si trascina dietro da decenni e che è direttamente proporzionale alla diffusione del terrorismo islamico nel mondo. I primi attentati commessi da persone musulmane in Europa sono legati al terrorismo palestinese che si manifestò fin dalla fine degli anni sessanta, il vero anno di inizio dell’affermazione di un terrorismo musulmano globale è però il 1979. In quell’anno la rivoluzione khomeinista in Iran convinse molti musulmani in tutto il mondo che la creazione di uno Stato islamico fosse realizzabile. Al contempo l’Unione Sovietica invase l’Afghanistan generando la reazione degli americani che, in ottica di Guerra Fredda, volevano contenere l’espansione sovietica senza però intervenire direttamente. Per questo la Cia iniziò a reclutare dei “volontari” sul territorio, tra cui un giovane Osama Bin Laden, finanziandoli e armandoli. Nacquero così delle milizie jihadiste organizzate, strutturate e ramificate in tutto il mondo musulmano i cui leader ricevettero dagli americani grandi promesse che poi quasi mai vennero mantenute. Bin Laden, per esempio, ricevette la garanzia dalla Cia che in cambio del suo impegno anti-sovietico sarebbe stato favorito come legittimo erede della casa reale saudita, alleata di Washington. Ciò però non avvenne. Con la fine del conflitto, dopo averlo foraggiato con armi e soldi, gli americani lo scaricarono. Lui, di reazione, utilizzò le risorse e le conoscenze accumulate per dare vita ad al Qaeda. Da allora, dunque, si diffuse la prima struttura terroristica internazionale che faceva convergere i propri mujāhidīn nei vari conflitti etnici e nazionali del mondo facendo leva sulla componente religiosa di una o più parti in causa. Così è stato nella rivolta in Algeria, nella guerra in Cecenia e negli odierni conflitti mediorientali. E’ stato così anche in Europa in occasione delle guerre balcaniche è lo è tutt’ora in alcune zone dell’Occidente europeo, dove queste organizzazioni hanno sedotto diversi ragazzi.

Quando si hanno i primi riscontri della presenza dell’islam radicale nell’Occidente europeo?

Tutto ebbe inizio nel 1973, quando l’OPEC (Organization of the Petroleum Exporting Countries) chiuse l’esportazione del petrolio ai Paesi occidentali come ritorsione alla guerra del Kippur contro Israele, scaturendone così una profonda crisi petrolifera. La famiglia reale saudita, allora, sfruttò l’occasione e propose al Belgio l’esportazione di petrolio a prezzi molto convenienti in cambio dell’apertura di una grande moschea a Bruxelles che fosse direttamente sotto il proprio controllo. Il governo belga accettò e, a titolo gratuito, concesse al governo saudita uno spazio che divenne la Grande Moschea, alla quale iniziarono a fare riferimento molte delle migliaia di immigrati musulmani che in quegli anni giungevano per lavorare nelle miniere locali. In questo modo gran parte dell’Islam belga è stato egemonizzato da una visione wahabita radicale. Processi analoghi hanno interessato anche altri Paesi europei e altri donatori musulmani che ancora oggi stanno investendo in tutta Europa per diffondere la propria visione dell’Islam. In questo contesto sono avvenute le conversioni e le radicalizzazioni di migliaia di giovani che negli ultimi anni sono partiti per i territori di guerra in Medio Oriente, unendosi a compagini terroristiche o che hanno direttamente colpito l’Europa con gli attentati che tutti conosciamo.

10 Dicembre 1978, dimostranti con un’effige dell’Ayatollah Khomeini, leader musulmano esiliato, durante una dimostrazione contro lo Shah a Tehran.

La guerra in Siria e la creazione del sedicente Stato Islamico hanno rappresentato un ulteriore salto di qualità per il terrorismo globale…

La guerra in Siria è una delle conseguenze delle sciagurate avventure militari degli Stati Uniti in quella regione che hanno causato disastri e incrementato l’odio anti-occidentale creando così terreno fertile per i terroristi. Le cosiddette primavere arabe sono state utilizzate dagli islamisti per aumentare il proprio potere. L’esportazione della democrazia occidentale è risultata essere un disastro, basti pensare che la prima cosa che gli Stati Uniti hanno fatto una volta conquistato l’Iraq è stato sciogliere l’esercito e la polizia, spingendo l’ex intelligence di Saddam Hussein ad avere interessi comuni con i jihadisti che prima perseguitavano. Questa sinergia ha portato alla creazione dell’Isis come entità territoriale. L’Occidente ha cercato di sfruttare la conflittualità interna al mondo islamico, che si manifesta soprattutto nelle ostilità tra sciiti e sunniti, utilizzando un approccio legato alla nostra mentalità, senza considerare che in quel mondo si pensa e si agisce su basi differenti.

La Siria, come l’Europa, è oggetto di finanziamenti provenienti dall’estero verso gruppi radicali che agiscono sul territorio. Mentre in Siria le sovvenzioni servono soprattutto per armare le milizie, in Europa in cosa si traducono?

I gruppi radicali in Europa possono strutturare la propria propaganda soltanto se qualcuno li paga. I finanziamenti si traducono nella costruzione di moschee e di centri islamici, in stipendi per i predicatori, in biglietti per permettere loro di viaggiare, in convention, in libri, in siti internet, in manifestazioni. Insomma i finanziamenti permettono il funzionamento di una macchina propagandistica all’interno della quale sono avvenute diverse radicalizzazioni.

E’ possibile identificare con esattezza i finanziatori?

I soldi arrivano sempre dagli stessi posti: da importanti famiglie dell’Arabia Saudita, del Kuwait, del Qatar e dei Paesi del Golfo. Non bisogna però confondere questi donatori con i governi dei Paesi da cui provengono. La famiglia reale saudita, per esempio, è composta da oltre 400 principi, se uno di questi finanzia gruppi radicali la responsabilità non può essere attribuita alla totalità della casa reale. Si tratta di finanziamenti privati provenienti da individui che hanno legami di parentela con le famiglie regnanti. Certo è che alcuni apparati dello Stato di questi Paesi hanno avuto rapporti perlomeno ambigui con i finanziatori. Molto si gioca nei loro equilibri politici interni e dei rapporti di forza tra chi governa e chi finanzia. In alcuni casi certi apparati statali hanno fatto finta di non sapere.

Colpendo i finanziatori sarebbe possibile mettere fine alle organizzazioni radicali presenti in Europa?

I soldi sono necessari, tagliando le fonti di approvvigionamento si eliminerebbe gran parte delle loro attività. Un grosso punto interrogativo è rappresentato dall’erede al trono saudita Mohammad Bin Salman che ha recentemente dato via a un giro di vite per ridurre il peso del clero wahabita all’interno del Paese. Bin Salman vuole dare vigore al progetto Vision 2030 che punta ad attrarre in Arabia Saudita importanti investitori stranieri, molti dei quali temono però l’immagine che il Paese ha. Per questo il futuro re potrebbe voler mettere sotto torchio le componenti radicali e dare una nuova immagine del regno. Ci sono però due principali elementi di difficoltà: in primo luogo i finanziamenti non avvengono, come detto, attraverso canali statali ma tramite organizzazioni non governative che non devono rendere conto dei propri bilanci e che hanno quindi più facilità a nascondere le origini del denaro. In secondo luogo dobbiamo renderci conto che l’Isis come al Qaeda sono organizzazioni liquide e globalizzate che attingono dai problemi sociali dell’Occidente e dalla presenza di aree islamizzate e con forti presenze radicali che negli ultimi 30 anni sono cresciute a dismisura. Il radicalismo è cresciuto troppo per pensare di poterlo eliminare soltanto chiudendo i rubinetti che lo finanziano.

Stefano Piazza è un imprenditore Ticinese attivo nel settore delle sicurezza, di cui si occupa da diversi anni. Da sempre molto interessato alla tecnologia e alle innovazioni, la videosorveglianza è stato per lui un approdo naturale ed estremamente stimolante. Nel 2006, intuendo che fosse un mercato in evoluzione, ha intrapreso questa strada, diventando imprenditore in questo ramo. La sua azienda, Eyeswiss Video Security Solution (www.eyeswiss.ch) opera in Canton Ticino e all’estero e vanta importanti referenze nel settore pubblico e privato.

 

Share.

About Author

  

Luca Steinmann è un giornalista e docente italo-svizzero. Collabora con diverse testate nazionali e internazionali e con il Dipartimento di Relazioni Internazionali della facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano. Inviato come reporter in diversi Paesi di tutto il mondo, è corrispondente in Italia del quotidiano svizzero Il Corriere del Ticino.