“Per sconfiggere il terrorismo dobbiamo riscoprire le nostre radici”

Intervista a Maria Sadeh, già membro del parlamento siriano, e oggi in prima linea nel ricondurre la Siria a una vita normale. E spiega: anche se il terrorismo sta venendo sconfitto militarmente, la sua ideologia rimarrà. E per batterla dobbiamo difendere ciò che ci è stato donato dai nostri padri

 

Maria Sadeh, già membro del parlamento siriano, e oggi in prima linea nel ricondurre la Siria a una vita normale

L’ufficio di Maria Sadeh è in un elegante palazzo nel centro di Damasco, per raggiungerlo bisogna attraversare un parco pubblico pulito e ordinato, con gli alberi potati e l’erba tagliata all’inglese.
Il silenzio della città è interrotto solo dal rumore di qualche saltuaria macchina di passaggio nella strada adiacente e dalle grida giocose di molti bambini che si rincorrono nel parco, osservati a distanza dalle proprie mamme, giovani donne velate o a capo scoperto, che chiacchierano tra di loro sedute su panchine di legno. Gruppi di ragazzi passeggiano ridendo e prendendosi in giro a vicenda, anziani signori chiacchierano animatamente seduti all’esterno di un caffè.

Nulla fa pensare che questo sia un Paese che negli ultimi 6 anni è stato dilaniato da una guerra che ha ucciso più di 400mila persone, generato milioni di esuli e fratturato profondamente la società.
Nulla fa pensare ai bombardamenti, alle lotte corpo a corpo, ai cecchini, alle case che bruciano, alle famiglie divise e distrutte. Eppure tutto ciò sta avvenendo a pochi chilometri da qui. Se il centro di Damasco è calmo e pacifico le periferie bruciano, infiammate dagli attacchi dei soldati di Bashar al Assad contro le formazioni ribelli che ancora hanno roccaforti nei sobborghi urbani. L’esercito siriano sta sì vincendo la guerra ma le zone ancora fuori dal suo controllo sono ancora tante, sparse a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale.
I martiri, come a Damasco chiamano i propri soldati caduti, continuano ad aumentare. La frammentazione territoriale però sta diminuendo e presto, probabilmente, il governo e i suoi alleati riusciranno ad avere il pieno controllo di tutta la Siria. Riusciranno però a ricucire il tessuto sociale di una nazione dilaniata? Riusciranno a superare il settarismo e le divisioni interne che i terroristi hanno sfruttato per dividere il Paese e condurlo alla disperazione? Il governo ci sta provando. Le autorità hanno dato l’ordine di costituire un apposito ministero per la riconciliazione nazionale che possa favorire il rimpatrio e il reinserimento sociale e lavorativo di chi è fuggito. Compito di tale ministero, poi, è soprattutto quello di garantire l’incolumità di chi fa ritorno a casa o di chi addirittura ha combattuto contro le truppe di Assad da eventuali vendette di chi invece è sempre rimasto fedele al presidente siriano. La cosa non è scontata. Tra ampie fette della popolazione lealista monta una forte rabbia per chi, ai loro occhi, ha tradito. “Come si può chiedere alle famiglie di chi ha perso i propri figli in guerra di perdonare gli assassini” mi ha detto una giovane ragazza cristiana il cui padre serve nell’esercito. “Come chiedere ai padri di perdonare lo stupro delle proprie figlie e la distruzione delle proprie case?” La guerra potrà anche volgere al termine, ma la ricostituzione sociale è ancora all’inizio. E non sarà facile. Lo sa bene Maria Sadeh, che incontro nel suo studio. Alta, elegante e con i capelli chiari, è già stata membro del parlamento siriano ed è un noto architetto impegnata in prima persona nell’indicare le vie della ricostruzione sociale del suo Paese. Di religione cristiana, durante tutto il nostro colloquio non mi dirà mai quale sia la sua fede. “In Siria non conta di che religione sei, si è prima di tutto siriani” dice. Essere, spiega, significa riconoscere le antiche radici che accomunano tutti i cittadini. Solo facendo riscoprire le origini si potrà garantire una coesione alla nuova Siria.

Dottoressa Sadeh, quella siriana è una civiltà millenaria composta da decine di clan, sette, gruppi etnici, sociali e religiosi. I governi di Hafez al Asad prima, e di suo figlio Bashar oggi, hanno sempre tentato di porsi agli occhi del mondo come i difensori della pacifica convivenza tra tutte queste comunità. La guerra che si sta combattendo in questi anni sembra però aver lacerato le divisioni e distrutto ogni forma di organicità. Sarà possibile ricucire il tessuto sociale e ricostituire una Siria in cui pace e coesistenza siano garantite?
I nemici della Siria hanno tentato di fare leva sulle nostre divisioni interne per fare scoppiare una guerra fondata proprio sul settarismo e sulla divisione tra gruppi con diverse origini ma che per secoli hanno convissuto sulla stessa terra. Ed è proprio il profondo legame con la nostra terra e con la nostra storia che ci sta permettendo di resistere. Terra e storia sono due elementi estremamente legati l’uno all’altro. Dividendo geograficamente un Paese e facendone dimenticare la storia si attacca la società. La storia non è solo il ricordo di ciò che è stato ma soprattutto la consapevolezza di ciò che dal passato ci è stato donato in termini materiali, come i monumenti e le costruzioni antiche. Se le nuove generazioni siriane perderanno la memoria del proprio ieri, della propria terra e delle proprie case allora non ci potrà essere alcun futuro per il nostro Paese. Ciò è esattamente quello che vogliono i nostri nemici. Per fortuna, però, non è facile attaccare una società con radici così profonde come la nostra. E’ proprio dalla riscoperta di queste radici che dobbiamo ripartire.

A Palmira, che è uno dei cuori non solo della Siria ma di tutta la civiltà, ho visto come i terroristi dell’Isis abbiano volontariamente distrutto le rovine romane, fatto saltare in aria archi e colonne, impiccato e crocifisso i prigionieri su quelle che rimanevano, danneggiato e vandalizzato volontariamente tutta la cittadella. Pensa che queste distruzioni così gratuite puntassero proprio a eliminare i simboli della storia siriana per tentare di far dimenticare al popolo il proprio passato?
Certamente è così. I terroristi hanno cercato di distruggere tutto ciò che ci è stato donato dai nostri antenati per negare che vi fosse un filo di continuità tra noi e loro. Distruggendo Palmira hanno voluto eliminare le prove più concrete della nostra storia su cui si fonda la nostra identità. In seguito avrebbero voluto colmare il vuoto creatosi dalla distruzione dell’identità siriana con una nuova società senza limiti: senza confini geografici, senza legami con il passato né con la terra, senza storia e senza valori. Avrebbero voluto partire dalla Siria per creare un mondo fondato solo sulle mostruosità e sui massacri che il nostro popolo ormai tristemente conosce. Un mondo senza diritti e senza radici. Per questo oggi per ridare pace, sicurezza e diritti alle persone che hanno vissuto sotto questa mostruosa entità dobbiamo permettere loro di riappropriarsi della propria storia. Dobbiamo far loro ricordare che abbiamo vissuto per secoli in pace e che ciò che ci ha unito e ci unirà è molto più forte delle divisioni su cui i nemici hanno fatto leva per fare scoppiare la guerra.

Maria Sadeh nel suo ufficio a Damasco

Lei parla di storia, di identità, di principi, di valori. Quali sono questi valori dai quali ripartire?
Per prima cosa dobbiamo ripartire dalla laicità su cui si fonda la costituzione siriana. La Siria non è il Libano, dove la società è divisa in base all’appartenenza religiosa delle diverse comunità che la compongono e dove il sistema elettorale è su base confessionale. In Siria fin da piccoli ci viene insegnato che non esiste alcuna differenza tra cristiani e musulmani e ciò genera una forte coesione, soprattutto nelle grandi città. Le relazioni tra individui non dipendono dalle religioni ma dalle relazioni sociali, economiche e dal comune legame con la terra. Questo è un fattore che ci unisce a prescindere dalle diverse fedi che possiamo avere. Un altro valore fondamentale è la difesa della nostra memoria e della consapevolezza di avere un passato comune. Difendere questa memoria vuol dire difendere la nostra tradizione, dunque tutelare ciò che di grande è stato fatto nel passato e che ci è stato lasciato da chi ci ha preceduto. Dobbiamo quindi ricordate a tutti i siriani che abbiamo un’origine comune fondata su aspetti sia materiali che spirituali. Questa è la nostra forza ed è da qui che dobbiamo ripartire. Quando parliamo del sangue siriano parliamo di una cultura che è antica più di 10mila anni. Dobbiamo essere consapevoli di cosa la storia significhi per ogni società. Una società con radici profonde non è facile da attaccare.

La guerra sta lasciando ferite profonde nei siriani. C’è chi è dovuto fuggire, chi ha visto bruciare le proprie case, i propri villaggi e le proprie città. In molti hanno perso parenti, padri, madri, figli. La percezione della convivenza è già cambiata rispetto a prima della guerra. Nel concreto come dovrebbe agire il governo siriano per comporre le fratture sociali?
La guerra ha reso molti siriani più forti, soprattutto quelli che sono rimasti in patria. Non dobbiamo disperderci ma cercare di resistere dentro la Siria. Il governo dovrebbe prima di tutto permettere il ritorno a casa di chi è fuggito e questo sta già avvenendo in alcune regioni. Quando la Siria sarà più stabile sarà necessario favorire ancora di più questa possibilità di ritorno per chi è fuggito all’estero. E’ importante garantire un futuro ai siriani in Siria. La dispersione geografica è anche sociale, per evitare frammentazioni è necessario permettere a tutto il popolo di tornare a vivere sulla stessa terra. In caso di disgregazione, invece, sarebbe più facile per i nostri nemici diffondere l’ideologia dei terroristi facendo proprio leva sulle divisioni per incrementare lo scontro e mantenerci in conflitto reciproco. Per questo i siriani devono rimanere uniti e resistere insieme dentro la Siria.

Molti dei profughi fuggiti all’estero sono andati in Germania dove le autorità locali non vogliono offrire loro alcuna forte identità tedesca alla quale aderire, a causa dei retaggi storici e del forte senso di colpa per i crimini commessi in nome della germanicità. In questo contesto, però, alcuni gruppi di musulmani radicali stanno facendo propaganda tra i rifugiati ricordando loro di avere un retroterra religioso comune. Ritiene che ciò sia un pericolo?
E’ un pericolo per voi europei. Il terrorismo non è semplicemente un gruppo di persone armate, è un’ideologia. Noi possiamo combatterlo militarmente in Siria ma non possiamo evitare che si diffonda come un modo di pensare in Europa. Se ciò sta avvenendo sarà un problema per il vostro futuro. Una propaganda che sovverta i princìpi di Dio, della religione e dell’Islam può indurre molte persone in Europa a commettere crimini e attentati. Per questo è dovere di tutti noi vigilare insieme perché ciò non avvenga né in Siria né tra i profughi che avete accolto. La domanda che mi pone dovrebbe incoraggiare l’Occidente a collaborare con il governo siriano, aiutandoci a combattere il terrorismo e a gestire l’immigrazione. Noi dobbiamo aiutare i nostri siriani a tornare in patria e voi dovete combattere il terrorismo a casa vostra.

Ritiene dunque che un eventuale rimpatrio dei profughi siriani potrebbe diminuire il rischio di attentati terroristici in Europa?
Sicuramente. Non solo degli attentati ma di una serie di altre problematiche legate allo sradicamento dei siriani dalla propria terra. Noi abbiamo bisogno del loro ritorno, abbiamo bisogno che la nostra società sia in Siria e sia a contatto con le proprie origini. Permettere il ritorno di chi è fuggito serve da un lato a contrastare il terrorismo, dall’altro a difendere la nostra identità, a ricordarci della nostra storia e a vivere le nostre tradizioni. In altre parole a ricostituire la nostra società e tornare a vivere normalmente.

Un altro grosso ostacolo al ritorno alla vita normale sono le sanzioni economiche che ancora colpiscono la Siria…
E’ vero, ma anche con un’eventuale abolizione di queste sanzioni non sarebbe possibile tornare a vivere normalmente se dimentichiamo le nostre radici. Un Paese può essere anche ricco ma se non ha memoria non avrà una società sostenibile. Prendiamo per esempio il Libano: nel centro di Beirut c’è un enorme progetto architettonico. Dato che però questi nuovi luoghi non si ispirano alle tradizioni, alla terra e ai valori nella regione, beh oggi il centro di Beirut è vuoto. Non bastano i soldi per ricostruire un Paese. La ricostruzione è solo il mezzo per esprimere la società, alla sua base serve la società, servono persone legate alla propria terra perché funzioni anche l’economia di un Paese.

In questi anni la Siria è stata isolata sul piano politico, economico e diplomatico. Ora che state vincendo militarmente la guerra state assistendo a una riapertura da parte di chi vi aveva dimenticato o addirittura combattuto?
Stiamo riniziando a ricevere delle delegazioni, sia ufficiali che non, che vengono in Siria formalmente per motivi umanitari o economici. Le relazioni politiche però sono ancora bloccate a causa di una decisione dei vertici americani ed europei. Stiamo vedendo che l’Unione europea non è in grado di assumere una posizione condivisa nei nostri confronti mentre i singoli Stati europei non hanno la forza né la sovranità di opporsi alla volontà americana. Con l’elezione di Trump non c’è stato alcun cambio di rotta significativo da parte americana nei nostri confronti. Pur riscontrando la volontà di alcuni Stati europei di dialogare con noi, per farlo avrebbero bisogno del benestare degli Stati Uniti che restano alleati dell’Arabia Saudita, il principale sponsor dei terroristi che abbiamo in casa nostra.

Oltre ad avere tanti nemici la Siria ha anche degli alleati sempre più potenti: la Russia, l’Iran, Hezbollah.
I loro soldati controllano militarmente enormi fette del vostro territorio. La Siria potrà pure vincere la guerra, riuscirà però veramente a tornare uno Stato sovrano con queste ingombranti presenze dentro casa
?
La guerra che stanno combattendo i russi, gli iraniani ed Hezbollah qui in Siria non è una guerra siriana ma una guerra regionale con implicazioni internazionali e contro gli stessi nemici. E’ una guerra combattuta in Siria ma che coinvolge 185 diverse nazionalità e nella quale alcuni Paesi nostri alleati sono intervenuti perché non vogliono che il germe del terrorismo arrivi anche da loro. Noi, da parte nostra, abbiamo bisogno di tutto il sostegno dei nostri alleati per vincere. Per questo non ci sono divisioni tra chi combatte sul nostro fronte, siamo un’unica coalizione che lotta per la libertà della regione e per proteggere anche altri paesi intorno alla Siria, tra cui anche i Paesi europei.

La questione però rimarrà anche dopo la fine delle ostilità. I combattenti di Hezbollah che avete in Siria sono in gran parte di nazionalità siriana, persone di religione sciita nate e cresciute qui ma da sempre fedeli al Partito di Dio da cui durante la guerra sono state addestrate a armate. Queste persone rimarranno qui anche dopo il conflitto pur mantenendo i vincoli di fedeltà attuali? Non teme ci possa essere un conflitto di interesse?
Hezbollah è la prima forza che ha difeso il Libano dall’occupazione israeliana. E’ un movimento che si schiera sempre in prima linea. Liberando il Sud del Libano hanno ottenuto la vittoria non solo degli sciiti ma di tutti i libanesi, venendo così riconosciuti come una forza nazionalista che difende tutti i cittadini dal nemico comune.
Lo stesso sta facendo in Siria. Hezbollah sa bene che se cadesse Damasco i terroristi sarebbero arrivati in breve a Beirut, combattendo in Siria difende così anche tutto il Libano. Ma non solo. Con la Siria condividono nemici, obiettivi e anche molti valori. Questa non è solo una guerra materiale ma è soprattutto contro l’ideologia dei terroristi e di chi li aiuta. Una guerra di valori che combatte un nemico senza confini e che lega fortemente le prospettive di chi vi partecipa.

Un legame, questo, che potrebbe col tempo portare al progressivo mutamento della stessa Siria.
La Siria ha una propria forte e antichissima identità. In questa regione è un Paese unico. Sono consapevole delle differenze che ci sono tra la nostra cultura e quella di alcuni nostri alleati, per esempio l’Iran. Sono altresì consapevole che con i nostri alleati condividiamo i valori più importanti: lotta al terrorismo e tutela delle minoranze. Sia in Russia che in Libano che in Iran tutte le minoranze sono infatti rappresentate e tutelate, come avviene da noi. Non temo l’influenza dei nostri alleati. Siamo una civiltà antichissima che in origine comprendeva anche il Libano e la Palestina. Conoscendo a fondo le nostre radici e promuovendo i nostri valori non dobbiamo temere alcuna influenza esterna.

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