“Per combattere il terrorismo serve una forte identità nazionale”

Da Damasco il nostro inviato Luca Steinmann ha intervistato il Generale Mohammad Abbas Mohammad. A lungo ai vertici dell’esercito siriano, oggi è analista politico, strategico e militare per il governo siriano. La battaglia contro il terrorismo è innanzitutto culturale. Per combatterne l’ideologia serve, secondo lui, la difesa di una società coesa e la promozione di una forte identità nazionale. E poi denuncia: “Tra molti profughi siriani in Europa è presente l’ideologia wahabita”

 

Il generale siriano Mohammad Abbas Mohammad

Generale Mohammad Abbas Mohammad, la Siria è una nazione composta da oltre 70 comunità che per decenni hanno convissuto pacificamente, a parte qualche sporadica tensione. Eppure negli ultimi anni le divisioni sembrano aver preso il sopravvento sulla coesione nazionale e dal 2011 sui vostri territori si combatte una guerra che ha generato più di 400mila morti. Cosa ha portato a questa disgregazione?

La Siria è un Paese che ha alle spalle 10mila anni di storia e i nostri cittadini hanno sempre creduto nella nostra bandiera, nelle nostra prosperità e nelle nostre origini. Negli ultimi anni, però, è penetrata all’interno della società l’ideologia wahabita, che ha contagiato alcune decine di migliaia di cittadini. Questa ideologia è diffusa e promossa da alcuni governi stranieri, in particolare quello dell’Arabia Saudita, e si fonda sul settarismo e l’inimicizia reciproca. Essa dà una propria interpretazione dell’Islam e prevede che chiunque non la condivida debba essere ucciso, sgozzato, non deve sopravvivere. I sedicenti ribelli che oggi abbiamo in Siria e che tagliano le gole ai cosiddetti “infedeli” ritengono che chi non voglia vivere nel loro Stato islamico wahabita debba essere eliminato. L’origine della disgregazione della nostra società non è dunque da cercarsi in Siria, ma in quegli attori internazionali che hanno promosso la diffusione di un’ideologia terroristica che controlla i ribelli e minaccia la convivenza di cui il governo siriano si è sempre fatto alfiere.

Quando è iniziata la diffusione dell’ideologia wahabita in Siria? E, secondo le sue informazioni, chi ne sono i promotori?

Abbiamo tantissimi documenti e prove che certificano come negli ultimi anni siano stati immessi in Siria miliardi di dollari a favore dei gruppi ribelli. Questi soldi provengono soprattutto dall’Arabia Saudita, dal Qatar, dalla Turchia ma anche da donatori europei. Il radicalismo islamico è però soltanto un mezzo utilizzato per raggiungere fini che con la religione non hanno nulla a che vedere. Il primo di questi fini è la destabilizzazione della Siria e la distruzione della sua indipendenza. La Siria è uno degli ultimi Paesi che è stato alleato con l’Unione Sovietica e che oggi non si è piegato agli interessi geopolitici ed economici degli Stati Uniti. Questo lo sanno anche le menti della politica estera americana. Una di queste è Zbigniew Brzezinski che fin dagli anni 70 ha teorizzato la divisione interna dei Paesi intorno a Israele per garantirne la sicurezza e permettergli di essere la longa manus americana in Medio Oriente. Nel 2004 Brzezinski ha scritto un libro in cui dice che i terroristi sono un mezzo che può essere utilizzato dagli americani per cambiare i governi a loro ostili. Da un lato la Cia ha contribuito all’affermazione dei talebani, di al Qaeda, dell’Isis e di al Nusra, dall’altro il governo americano ha incentivato l’islamofobia, cosa che non ha fatto altro che incentivare la radicalizzazione delle comunità musulmane nel mondo, favorendo così la crescita dell’ideologia wahabita che dalle moschee di tutto il mondo invita i propri fedeli a tagliare le teste ai kuffar (miscredenti ndr).

Oggi l’esercito americano combatte in Siria contro l’Isis, eppure non sul vostro stesso fronte. Anzi, spesso bombarda le postazioni dell’esercito siriano. Se vi foste uniti in un’unica coalizione i terroristi sarebbero stati sbaragliati da un pezzo. Cosa vi impedisce di formare un unico fronte in nome della lotta al terrore?

Gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione non vogliono che la Siria e i nostri alleati escano rafforzati da questo conflitto. Per evitare che ciò avvenga strumentalizzano ancora i terroristi. Israele, per esempio, ha come obiettivo primario quello di evitare che le azioni dell’esercito siriano possano rappresentare una minaccia per la propria sicurezza. Per questo bombarda le nostre postazioni militari lungo il confine con la Palestina, fornisce missili, armi e aiuti medici ai combattenti di al Nusra presenti a Daara e a Sud di Damasco e facilita i loro attacchi contro l’esercito siriano quando questo si avvicina eccessivamente al Golan. Sul campo di battaglia abbiamo trovato molti droni Israeliani, nelle mani dei terroristi, invece, molte armi americane e israeliane. Come hanno fatto ad ottenerle se non dai diretti interessati? Tzipi Livni ha detto che il tempo della guerra tradizionale è finito. Israele combatte in Siria ma non su un fronte ben definito, non mette in campo l’artiglieria, sta nelle retrovie. Non sacrifica il sangue dei propri cittadini quando ci sono persone disposte a morire facendo i loro interessi mentre urlano che “Allah è grande”. Con così tanti attori e interessi in campo questa non può essere chiamata guerra civile, tantomeno guerra di religione.

Eppure nella prima fase della guerra tanti cittadini siriani si sono rivoltati contro il governo, spesso motivati anche da princìpi religiosi. Io stesso ho intervistato dei combattenti che me lo hanno confermato. Tantissimi, poi, sono oggi i profughi siriani all’estero, in Libano, in Turchia e in Germania, che dicono di essere fuggiti dai bombardamenti del governo e non dai terroristi. Nove su dieci di queste persone vedono in Assad il primo nemico…

Molte di queste persone sono state costrette a fuggire. Avevano paura dei terroristi e delle reazioni del governo in caso non si fossero ribellati ad essi. Oggi gran parte dei siriani che non sostengono il governo sono all’estero. Tra quelli rimasti l’ottanta per cento sostiene Bashar al-Assad. Essendo sul territorio possono vedere con i loro occhi che la realtà non è quella descritta dai grandi media internazionali che dipingono il governo come diabolico. Col passare del tempo sempre più persone realizzano che il presidente Assad non è loro nemico. Molti terroristi stanno già abbandonando le armi e rimettendosi a disposizione del nostro esercito. Qualora non si siano macchiati di gravi crimini viene loro offerto il perdono e ricevono vitto, alloggio e aiuti economici, venendo poi reintegrati nelle posizioni lavorative che avevano prima del conflitto.

Generale, le truppe del governo stanno avanzando mentre molte di quelle dei ribelli sono in ritirata. I combattenti ribelli che vengono presi vivi hanno due soluzioni: venire imprigionati o uccisi oppure passare sul carro del vincitore, giurando fedeltà al governo. Che garanzie avete che coloro che si dicono pentiti non rappresentino più una minaccia per la sicurezza nazionale? Cosa vi dà la certezza che l’ideologia wahabita non sia ancora presente in alcuni di loro?

Non abbiamo la certezza che il wahabismo si estingua. Ad esso però opponiamo progetti concreti per la riconciliazione nazionale che mirano a costruire un nuovo tipo di relazione tra i cittadini. Tutto ciò passa attraverso aiuti economici e logistici al popolo ma soprattutto attraverso l’educazione.

Giovani combattenti sciiti afghani a Palmira per controllare le rovine romane.

Che tipo di educazione?

Un’educazione che rafforzi il sentimento di identità nazionale. Questa è la questione più complessa e profonda. Se si crede nella religione non c’è spazio per la nazionalità. O credi nella religione o nella nazione. I wahabiti credono solo nella religione. Chiunque creda nel wahabismo non riconosce le frontiere, lo Stato nazionale, non credono nelle società e nelle comunità ma solo nel proprio gruppo. Gli altri devono essere uccisi.

Oggi i Paesi dell’Europa occidentale stanno adottando la strategia contraria. Non il rafforzamento delle identità nazionali per creare coesione sociale ma la promozione del multiculturalismo. Che rischi comporta questa strategia per la sicurezza degli europei?

In Europa ogni moschea finanziata dall’Arabia Saudita o guidata da imam legati e pagati dai sauditi diffonde l’ideologia dei wahabiti, che stanno facendo una propaganda culturale. Le vostre prigioni hanno delle librerie interne e molti dei libri che contengono si ispirano al wahabismo. Inoltre i libri che vengono distribuiti dai gruppi salafiti per le strade europee e di fronte alle moschee sono di ispirazione wahabita. Si rivolgono a persone senza cultura con problemi sociali ed esistenziali a cui danno una vocazione. Li invitano far parte di uno Stato islamico in cui troveranno Dio e infine il paradiso.

Secondo i servizi di sicurezza di diversi Paesi europei i musulmani radicali fanno propaganda tra i profughi siriani. Quanto è diffusa tra loro l’ideologia wahabita?

Sono sicuro che nella maggior parte di loro sia diffusa una sorta di credenza negli insegnamenti wahabiti. Dietro l’Isis e al Qaeda c’è un’ideologia. Non dobbiamo avere paura delle armi dell’Isis o dei loro soldati, ma delle idee che li ispirano. Dobbiamo combattere la cultura dei terroristi che proviene dai wahabiti che li invitano a combattere in nome di Dio. Purtroppo i grandi media occidentali non lo stanno facendo. CNN, BBC, Al Jazeera, Al Arabiya, Fox News, France 24 e molti altri promuovono tutti una disinformazione sulla questione siriana che viene ascoltata dai profughi e che li influenza negativamente.

Cosa dovrebbero dunque fare i governi occidentali per sradicare una possibile radicalizzazione dei musulmani che vivono sui propri territori?

Per combattere il successo ideologico dei terroristi in Europa servirebbe un’azione congiunta tra Siria e Paesi europei. Nessun Paese europeo vuole negoziare con noi. Per farlo sarebbe necessario ristabilire relazioni diplomatiche e togliere le sanzioni economiche che ci colpiscono. Finché l’Occidente contrasta chi come noi combatte i terroristi indirettamente aiuta l’Isis. Finché l’Occidente favorisce la disgregazione della società siriana dà forza al settarismo su cui fanno leva i terroristi che colpiscono sia la Siria che l’Europa. Sia in Siria che in Europa servono società coese in cui le diverse comunità convivano pacificamente come da noi è avvenuto per secoli. La Siria è una nazione laica in cui ogni partito di ispirazione confessionale, sia musulmano che cristiano, è proibito. Quasi sempre i movimenti di ispirazione islamica sono connessi a gruppi islamisti, a sauditi, turchi e qatarini, per questo dovrebbero essere messi fuori legge in ogni parte del mondo.

Generale Mohammad, Lei ha giĂ  detto cosa potrebbe succedere ai ribelli e ai terroristi siriani. Cosa ne sarĂ  invece di quei combattenti stranieri che oggi combattono in Siria contro il governo. Quando avrete riconquistato tutto il territorio nazionale dove se ne andranno?

In Siria sono arrivate decine di migliaia di terroristi dall’Europa e dall’America. E’ un regalo che ci avete fatto. Sono venuti qui per combattere e fare cadere il nostro governo. Quando saranno stati sconfitti e si renderanno conto di non avercela fatta l’unica possibilità che avranno è di tornare da dove sono venuti. E’ da voi che sono cresciuti e si sono formati e da voi hanno avuto protezione. Non gli resta altro che tornare da voi.

 

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