Analisi del fenomeno terroristico odierno: ordigni improvvisati, sostanze dual use e tecnologie di detection

Stefano Scaini opera professionalmente nel settore degli esplodenti dal 1993 fornendo servizi, consulenze e contributi didattici nei settori della sicurezza, delle tecnologie e delle applicazioni sia civili che militari dei materiali energetici. Abbiamo avuto la possibilità di assistere a uno degli incontri da lui tenuti, traendone numerose informazioni che ci hanno consentito di avere una visuale più chiara sul fenomeno del terrorismo internazionale, argomento purtroppo di sempre maggiore attualità.
Durante il corso operativo – organizzato da A.S.D. “Lince” presso il poligono di Guastalla (RE) – il docente ha affrontato vari aspetti del fenomeno, partendo da un’introduzione generale utile a fornire le coordinate di base anche a chi ne avesse una conoscenza solo superficiale e per inquadrare le principali questioni sul tavolo, compresi alcuni rifermenti agli aspetti storici e geopolitici in gioco

Innanzitutto è bene distinguere tra i termini ‘antiterrorismo ‘ e ‘controterrorismo’, due cose ben diverse, così come non è da considerarsi valida l’equivalenza tra ‘attentatore suicida’ e ‘kamikaze’, termini spesso intercambiabili per i mass-media e non solo.
Se ‘kamikaze’ è infatti termine di antica derivazione nipponica, diffusosi in particolare a partire dalle missioni degli aviatori giapponesi nel corso della seconda guerra mondiale, il primo ‘attentatore suicida’ noto alle cronache fu un ragazzo di quattordici anni che nel 1981 a Tiro, nel Libano del sud, si scagliò contro un drappello di soldati israeliani, uccidendone poco meno di 70.
Se fare ‘antiterrorismo’ quindi significa organizzare un’attività diplomatica e operativa per portare benessere, assistenza sanitaria ed elevare il livello culturale in determinate regioni del mondo, con l’obiettivo di scongiurarne le insorgenze, per ‘controterrorismo’ si intende invece l’azione messa in campo per reagire a una determinata minaccia che si manifesti sul campo.

Definizione di ‘terrorismo’

Ognuno di noi potrebbe dare una diversa definizione di questo fenomeno, dato che, in realtà, non ne esiste una univoca poiché ciascuno ne ha una percezione e un’esperienza differente.
In ogni caso, la comunità scientifica condivide tre punti per definire se un fenomeno sia ascrivibile o meno alla categoria ‘terrorismo’:

  1. L’azione messa in campo mira a produrre terrore, panico, paura per perseguire un obiettivo.
  2. Per arrivare al compimento dell’evento, si perseguono dinamiche di assoluta clandestinità.
  3. Il ‘terrorismo’ si situa al quarto livello (partendo dal basso) della cosiddetta ‘scala della conflittualità non convenzionale’ (livello 5, eversione; livello 4, terrorismo; livello 3, insorgenza; livello 2, rivoluzione; livello 1, guerra civile).

Come si vede il ‘terrorismo’ non è che uno dei cinque livelli della conflittualità non convenzionale, messi in atto da una o più persone in modo da raggiungere un determinato scopo e, successivamente, uno o più livelli superiori.
Fondamentalmente, per ‘terrorismo’ si intende l’azione messa in atto per la rivendicazione di un determinato territorio.

I movimenti separatisti, come l’ETA basca (Euskadi Ta Askatasuna) o l’IRA (Irish Republican Army) nordirlandese, ricadono nell’eversione, l’ISIS, che i media annoverano nella categoria ‘terrorismo’, si colloca invece a un livello superiore, il terzo o dell’insorgenza. Come ‘insorti’, gli appartenenti all’Isis hanno infatti un vessillo, una bandiera, una divisa … che li definiscono come parte del medesimo gruppo con il medesimo obiettivo: reclamare un determinato territorio.

I ‘terroristi’ radicalizzati, stando alle percentuali, sono una minima parte delle popolazioni che si dicono appartenenti a quel determinato gruppo etnico-religioso, se infatti i ‘sunniti’ rappresentano la maggioranza del mondo musulmano, con il 65% sul totale, di questi solo l’1% è un ‘salafita’ (aderente alla versione più pura e radicale dell’islam), di cui solo lo 0,1% è un ‘takfiro’ (I takfīrī considerano gli atti di violenza da loro espressi come una forma legittima di jihād, utile al raggiungimento dei propri scopi religiosi o politici).
I combattenti dell’Isis sono dei sunniti, salafiti, takfiri, legittimati a uccidere chi non crede nel loro dio.

Sostanze ‘dual use’

Negli ultimi dieci anni, le tecniche messe in atto dai ‘terroristi’ (o per meglio dire ‘insorti’) hanno visto sempre più frequentemente l’impiego di armi ‘semplici’, più adatte a una minore esposizione e che consentono di arrivare molto vicino all’obiettivo da colpire. In rete sono per questo consultabili veri e propri manuali del terrore, che spiegano come sferrare un attacco con quanto di più ordinario e facilmente rintracciabile nella quotidianità.
L’attenzione oggi si è quindi spostata su queste sostanze ‘dual use’, “sostanze per usi bellici e civili” (definizione giuridica), che nell’uso comune sono definibili come “sostanze di libera vendita, da usare per un determinato scopo, poi impiegate per ottenerne un altro” (ad esempio la gelatina per esplosivo usata nei cantieri edili, per uso civile, che può però essere utilizzata come arma impropria).
Non rientrano invece tra le cosiddette ‘dual use’ le molotov, categorizzate come vere e proprie ‘armi da guerra’, e non come ‘armi non convenzionali’, in quanto il colonnello Molotov (da cui il nome) le usò in conflitto e ne furono prodotte in serie.
I materiali esplodenti ed energetici, in generale, vengono suddivisi in tre categorie, (Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, varato insieme al Codice Rocco del 1931, in parziale modifica al TULPS del 1926):

  1. ‘esplosivi’, materiali pensati per esplodere,
  2. ‘esplodenti’, materiali che possono esplodere,
  3. materiali ‘energetici’.

Quali appartenenti al gruppo a) vengono classificate le sostanze, o meglio i prodotti, quali pentrite, dinamite e simili. Al gruppo b) appartiene la famiglia degli esplosivi e altri oggetti, una grande famiglia che annovera esplosivi, inneschi, fuochi d’artificio, artifizi esplosivi (fumogeni, razzi segnaletici, le micro cariche degli airbag…).
I ‘terroristi’ utilizzano al 90% materiali che non sono ‘esplodenti’, bensì sostanze liquide o solide di altro genere che vengono però impiegate per atti criminosi. Nel settore della sicurezza, della protezione e della difesa risulta quindi limitante parlare solo di ‘esplosivi’ o ‘esplodenti’, dato che per gli scopi prefissi si va dall’impiego di un qualunque prodotto detergente (comune detersivo per la casa) allo Xentex®.

Fenomeno terroristico odierno e misure proattive di contrasto

Il cratere provocato dall’esplosione lungo la A29, all’altezza dello svincolo di Capaci (PA).

Che cosa vuole intende ottenere un ‘terrorista’? Sicuramente un risultato alle azioni messe in campo per provocare un effetto mediatico, egli poi non desidera essere arrestato e per questo, come già detto, viene prestata la massima attenzione per limitare il più possibile le comunicazioni e gli spostamenti. Il ‘terrorista’ per confezionare gli ordigni utilizzerà quindi materiali non convenzionali e non tracciabili, prediligendo le sostanze più facilmente reperibili e fruibili nel luogo ove andrà a realizzare l’evento criminoso.
Esempi di questo ne siano l’attentato mafioso di Capaci in Sicilia, dove persero la vita il giudice Falcone, sua moglie e la scorta, per cui vennero utilizzati tritolo ed esplosivo C-4, del tipo impiegato per le bombe durante la seconda guerra mondiale. Nei pressi di Capaci, precisamente ad Augusta, si trova infatti un deposito militare, inoltre gli agricoltori, per usi assolutamente leciti, nelle campagne circostanti utilizzano del nitrato d’ammonio, che è altresì la componente principale dell’esplosivo ‘anfo’; ai pescatori della zona poi, è capitato incidentalmente di trovare impigliato nelle reti dell’esplosivo plastico risalente alle bombe lanciate dall’aviazione alleata e inesplose, plastico che, all’occorrenza, si può ‘plasticizzare’ e utilizzare per realizzare ordigni.
Nel video mostrato a lezione, che risale al 1999 e riguarda l’attentato alla moschea blu di Istanbul, il docente spiega come l’attentatore abbia utilizzato qualche chilogrammo di gelatina (dinamite), probabilmente perché facilmente reperibile nelle cave a cielo aperto che si trovano nei pressi della città, così come della non troppo distante capitale Ankara.
Questi ordigni non convenzionali esplodenti vanno sotto la sigla I.E.D. (Improvised Explosive Device) – che se di tipo incendiario sono classificati come I.I.D. –  mentre la sigla I.E.D.D. (Improvised Explosive Device Destruction) è acronimo che indica la successiva attività di distruzione dell’oggetto ritrovato; altra sigla relativa a questo tipo di materiali è E.O.D., che sta per Explosive Order Disposal, più semplicemente ‘bombe’.

In merito agli ordigni e al loro utilizzo in attività terroristiche, è poi tristemente noto l’impiego in azione dei cosiddetti ‘ordigni di backup’, ossia ordigni che ‘copiano’ quanto prodotto da quello esploso poco prima, si tratta di bombe programmate per esplodere nel raggio di 100-150 metri da luogo della prima detonazione, dopo un lasso di tempo tra i 30 e i 90 minuti.
Gli ‘ordigni di backup’ hanno lo scopo di colpire coloro che accorrono sul luogo della prima esplosione, gli ‘stakeholders’ (soccorsi, giornalisti, curiosi …). Utilizzati per la prima volta dall’IRA negli anni ’60, in determinate zone vengono impiegati nel 75% dei casi nell’evenienza di un attentato (in Italia questo è avvenuto in soli due casi).

Come difendersi?

Data l’impossibilità di difendere completamente i luoghi sensibili, l’obiettivo è quello di limitare il più possibile i danni. Dopo un attentato outdoor, ad esempio, è impossibile ‘cinturare’ un’area di un kilometro quadrato (cosa che consentirebbe una relativa sicurezza), si procede quindi a ‘cinturare’ la zona interessata con sacchi di sabbia (‘sandy bag’) per un perimetro con raggio tra i 70 e i 500 metri.
In alcuni porti vengono inoltre tenuti per precauzione dei container ‘a perdere’, pronti da sollevare e posizionare attorno a una determinata area, per creare una zona cuscinetto con materiali che producano inerzia, possano deformarsi e con un certo potere di raffreddamento.
Negli Stati Uniti, a Los Alamos nel New Mexico, esiste un campo di addestramento di poco meno di 250 kilometri quadrati, dove vengono fatti esperimenti e prove per testare esplosivi e sistemi di difesa in caso di attentati.
I rischi a cui si viene sottoposti in caso di attacco terroristico sono suddivisi in quattro grandi gruppi: i diretti, indiretti, indotti (da un ordigno) e correlati.
Il 90% dei decessi e dei ferimenti a seguito di un’esplosione sono prodotti dalle proiezioni balistiche conseguenti all’esplosione, dove nell’ordigno sono stati inseriti oggetti atti a ferire e uccidere, o a causa dei pezzi dell’involucro dell’ordigno medesimo. In questo senso, ogni organizzazione terroristica reca una sorta di ‘fingerprint’, una firma che è come l’impronta digitale sulla scena del crimine. Questi ‘proietti’, le micidiali proiezioni di cui sopra, sono noti anche come ‘shrapnels’, dal nome del maggiore britannico Henry Shrapnel (1761-1842), che per primo studiò il moto di un oggetto metallico di forma incoerente propulso da un’esplosione.

L’Alfred P. Murrah building di Oklahoma City, dopo l’attentato del 1995.

Anche nel modo di costruire gli edifici e di abitarli è possibile adottare accorgimenti utili a limitare i danni provocati da un attentato esplosivo. Dopo l’attentato di Oklahoma City nel 1995*, negli Stati Uniti si è iniziato a costruire delle strutture il più possibile resistenti a tali evenienze.
L’Ente federale per la gestione delle emergenze (F.E.M.A.) ha approntato a questo scopo uno specifico manuale con le regole per costruire gli edifici aumentandone il più possibile la resilienza (la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi).
Allo stesso modo, alcuni edifici pubblici statunitensi tengono gli uffici fronte strada vuoti o adibiti ad archivi di materiale poco sensibile. Successivamente a quanto fatti negli  U.S.A., è stato approntato anche un ‘eurocodice’ in tal senso.
A Riyad, la capitale dell’Arabia Saudita, vari edifici sono costruiti in diagonale rispetto al fronte della strada, in modo da esporre la minor superficie a un’eventuale esplosione.

Sistemi avanzati di detection

Nel corso sono stati illustrati alcuni dei sistemi in uso oggi a protezione dei luoghi e delle persone, che spaziano dall’impiego di ausili tecnici (scanner, metal detector, fibre ottiche, video e radar, analizzatori del campo elettromagnetico, termocamere …), ai più sofisticati sistemi di intelligence, fino all’impiego di particolari sostanze e addirittura di animali, con l’obiettivo di minimizzare il rischio residuale riducendo il “gap” tra sicurezza reale e sicurezza percepita.
L’attività di “filtro tecnico e bonifica di primo livello”, prevede la ricerca di materiali energetici e sostanze pericolose occultate. Le metodologie possono essere di tre tipi:
-Sensoriale (operatore),
-Strumentale (tecnologia),
-Combinata (ad indicatori olfattometrici e/o comportamentali).

Per fare qualche esempio, se un cane riconosce fino a 5/6 famiglie di odori, la scrofa francese da tartufo lo surclassa (ma essendo priva dell’articolazione del ginocchio, sarebbe poco adatta all’impiego per le perlustrazioni di grandi spazi su più livelli), la vera regina, è il caso di dirlo, in fatto di analisi olfattiva è invece l’ape, che riconosce fino a 7000 diversi odori, grazie all’utilizzo del campo elettrico con cui abitualmente comunica con gli altri insetti appartenenti alla sua specie. Per questo sono stati realizzati particolari ‘sniffer’ contenenti alcuni esemplari di api, ciascuna addestrata a riconoscere una determinata gamma di odori e a rispondere, per poi segnalarlo, all’impulso da questi procurato. In questo modo l’ape può riconoscere dei composti azotati (componenti volatili) presenti nei materiali esplodenti.

*Nell’attentato morirono 168 persone (tra cui 19 bambini) e ne rimasero ferite 680. Fu il più sanguinoso attentato terroristico entro i confini degli Stati Uniti prima degli attentati dell’11 settembre 2001. Per l’attentato venne usato un camion al cui interno era stata costruita una bomba contenente più di 2.300 kg di fertilizzante a base di nitrato di ammonio, miscelato con circa 540 kg di nitrometano liquido e 160 kg di Tovex. L’esplosione fu così forte che si sentì fino a 60 km di distanza. Oltre al bersaglio, un edificio di nove piani che ospitava quattordici agenzie federali oltre agli uffici di reclutamento per l’esercito e per il corpo dei Marines, furono distrutti anche molti degli edifici circostanti. Condannato per l’attentato fu un veterano della guerra del Golfo, insieme a un complice anch’egli ex militare.

 

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